E disse:—O tu, che qui di me domande,
Tizio son io, a cui 'l fegato pasce
questo avoltore e tutto il giorno prande.

E poi la notte in petto mi rinasce
20 e fassi preda allo bramoso rostro:
queste pene sostengo e queste ambasce.

Simile a me, che m'hai chiamato «mostro»,
in ciascun uomo è la parte mortale;
e che questo sia vero, io tel dimostro.

25 Come vóltore, il caldo naturale
l'umido radicale in voi divora,
poi rinasce del cibo, ma non tale,
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però che sempre la lega peggiora;
oltre la gioventú putrido fasse;
30 per questo l'uomo invecchia e discolora.

Se 'l cielo sopra voi non si voltasse,
non averebbe il detto uccello il pasto,
né converria che cibo il ristorasse.

E se a me il petto è roso e guasto,
35 la notte integramente lo risaldo;
sí che io in sempiterno vivo e basto.

Ma quel ch'è in voi consumato dal caldo,
se si rifá per prandio ovver per cena,
non sempre è sí perfetto, né sí saldo.

40 E questo alla vecchiezza e morte mena,
e fame e sete; sí che vostro stato
vien meno ed ha a questa simil pena.—

Io non risposi, quand'ebbe parlato,
ché non volle Minerva; ond'ei la testa
45 ripose risupina insú quel prato.

Trovammo poi in una gran foresta,
quant'un gigante grande, la Vecchiezza
tra molta gente dolorosa e mesta.