Quand'io fu' in cima, vidi il lago Stige,
fatto alla forma ch'io l'avea veduto
105 giú nell'inferno in ogni sua effige.
Io era insino al lito suo venuto,
e per mirar fermai i passi mei,
per la gran nebbia risguardando acuto.
—Questa negra palude, che tu véi,
110 è quella, per cui iura il sommo Iove
—disse Minerva—e iuran gli altri dèi.
Ciò che cade da cielo, ovver che piove,
ciò che dall'aere o su dal foco cade,
e ciò che l'acqua sé purgando move,
115 si aduna qui da tutte le contrade:
ogni sozzura ed ogni sucidume,
tutta la marcia delle cose frade.—
Per penetrar la nebbia e 'l folto fume,
facea cogli occhi miei lo sguardo aguzzo,
120 come fa alcun, quand'egli ha poco lume.
Quanto piú m'appressava, maggior puzzo
senteva al naso e tanto n'era offenso,
che soffiando io facea dell'aere spruzzo.
Tutta la timiama ovver l'incenso,
125 che mai d'Arabia ovver d'Assiria venne,
non mitigaría quel fetore immenso.
Lí eran l'arpie con pallide penne,
con facce umane, storte, irate e guerce,
fetenti sí, che 'l naso nol sostenne.
130 Facean lamenti su le smorte querce,
e 'l misero Fineo mangiava sotto
vivande, ch'eran di lor sterco lerce.