cosí stett'io; e poscia piú di cento
corsono addosso ad un con gran corruccio
75 e ferito il lasciôn in gran tormento.

Ed egli, vòlto a me:—Io son Uguccio,
che ressi giá lo popul di Cortona,
tra i quali fui come tra pesci il luccio.

Cosí ferita è qui la mia persona,
80 ché la iustizia, secondo l'offese,
agli offendenti angoscia e pena dona.—

Ahi, quanta doglia allor il cor mi prese,
quando in tormenti vidi quel signore,
che vivo fu magnanimo e cortese!

85 Per mitigare alquanto a lui 'l dolore,
diss'io:—Cortona è retta da Francesco,
pregio di casa tua e gran valore.

Da lui venuto son quaggiú di fresco;
convien che a lui di te novelle io porti,
90 se mai di questo inferno quaggiú esco.

Minerva, che m'ha qui li passi scorti,
di senno ha dato a lui sí gran tesoro,
c'ha i mentali occhi a tutti i casi accorti.

Il popul cortonese ha buon ristoro
95 de' loro affanni e lieto vive adesso,
subietto all'onde celestine e d'oro.—

Piú dir volea, se non che un appresso,
che ben di mille colpi era feruto,
e senza gambe e mezzo 'l capo fesso,
p. 250
100 gridò:—Io fui da te giá conosciuto.—
Perché pe' colpi io ben nol conoscea,
risposi:—Al mio parer, mai t'ho veduto.—

Ed egli a me:—So' il prence d'Alborea,
che, quando nella vita io era vivo,
105 fui crudo piú che Silla ovver Medea.