Il suo comando a me fará la scusa,
125 e che nel mondo il ben non è inteso,
dove la 'nvidia la vertude accusa.
Dacché san Paulo, quando fu disceso
dal terzo ciel dell'amorosa stella,
di quell'arcano, il qual avea compreso,
130 a' mortali non disse altra novella,
se non:—Io fui e vidi ed io udii
cosa, che di quaggiú non si favella;—
chi dir potrebbe degli angeli pii
e della venustá, che 'n lor si spande,
135 che, a rispetto dell'uom, paiono dii?
O palazzo di Dio, tanto se' grande,
che mille miglia e piú 'l Zenitte muta,
quando avvien ch'un quaggiú un sol passo ande.
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E, poscia che ogni sfera ebbi veduta
140 e l'anime salvate e i Serafini,
de' quai narrare appien la lingua è muta,
tra le lor vaghe rime e soavi ini,
tra l'allegrezze e modulosi canti,
tra dolci suoni e piú vari tintíni,
145 la scorta mia mi fe' salir sí avanti,
che io pervenni a quel supremo regno,
ove piú splende Dio e li suoi santi.
—O sommo Ben—diss'io,—a cui io vegno,
benché sia verme e vilissima polve,
150 non mi scacciare e non mi aver a sdegno.
Risguarda al peccator, ch'a te si volve;
e, s'è rimaso in lui anco alcun rio,
sola la tua piatá è che l'absolve.—
Quando questo ebbi detto, io vidi Dio
155 e chiar conobbi ch'era il sommo Bene,
il qual contentar può ogni disio;