Ma pria la vita a Taura, ed i capelli
rendé a Vulcano, che parea un menno,
ed a Cupido i dardi orati e snelli.
115 Poiché i duo guerreggianti pace fenno,
Vulcan disse all'Amor:—Perché sí rio
ver' me se' stato e con sí poco senno?
Se non che, quando a te saetta' io,
trassi come a figliuol, non a figliastro:
120 tu non scampavi mai dal colpo mio.
E provato averesti ch'io so' il mastro
di saettar e che non si può opporre
a me mai scudo, unguento ovver impiastro.
Io son che getto a terra le gran torre
125 e li gran monti, e che soccorsi a Iove,
quando i giganti vòlsonli 'l ciel tôrre.
Della saetta mia, quando si move,
i grandi effetti e le varie ferite,
nulla è filosofia che le ritrove.—
130 Rise Cupido alle parole udite
e fe' come fa alcun, che par ch'assenta
a quel che non è ver, per non far lite.
E, come aquila fa, quando s'avventa
alla sua preda rapace e feroce,
135 ch'ali non batte, perché non si senta;
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cosí ciascuno ingiú venne veloce
alla dea Venus. Benigna l'accolse
e poi a Vulcan proferse questa voce:
—Assai, marito mio, il cor mi dolse,
140 quando tu fulminasti il dolce figlio
e che guastasti le su' orate polse.
Ma piú mi dolse che la barba e 'l ciglio
egli arse a te e che con tanta asprezza
nell'aer su ti pose a tal periglio.