Io dicea meco:—O ninfa, alla cui mano
or se' venuta? O vaga giovinetta,
75 qual fauno t'ha scontrata o qual silvano?

Questa è, Cupido, tua crudel saetta,
e grave pena è la tua fiamma dura,
se tardi o togli quel che spene aspetta.

E l'altra è gelosia e la paura,
80 che, perché la bellezza troppo s'ama,
però in nulla parte è mai secura.—

Cosí andai chiamando quella dama,
come colui che una persona sola
vuol che lo 'ntenda e timoroso chiama,

85 che dice ratto e parla nella gola;
e tal i' la chiamai ben mille volte,
qual Eco rende 'l suon della parola.

Tant'eran giá del ciel le rote vòlte,
che Aurora giá mostrava sua quadriga,
90 e giá Titon gli avea le trecce sciolte,

quando pel pianto e per la gran fatiga
convenne che giú in terra io mi colcasse,
e piú per lei cercar non mi diei briga.

In questo parve a me che in me entrasse
95 il sonno, che ristora e che riposa
a' mortali le membra stanche e lasse.

Mentr'io dorméa, apparve a me, amorosa
e piena di splendor, la bella Ilbina,
in apparenza piú che umana cosa.
p. 88
100 —Lévate su,—mi disse,—ch'è mattina:
Cupido tante volte t'ha tradito,
egli e la madre sua, che è qui reina.

Sappi che a Ionia il petto egli ha ferito
d'un dardo oscuro ed impiombato e smorto,
105 che 'l venir suo a te ha impedito.