Nel libro dei re vediamo l'adozione pratica di questa equa disposizione. Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente considerazione: « E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio: «Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il solo colpevole subirà la morte».

Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per cose vane. Quel santo nome che ci richiama [pg 46] alla mente quell'Essere infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia; non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi si può maggiore.

Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l'istruzione.

Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo necessita di un giorno di riposo, così l'anima dopo i pensieri che la tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo appunto il doppio benefico fine dell'instituzione del sabbato, assai bene definito dai nostri dottori colle parole: hhassì l'Adonai (metà a Dio per l'istruzione religioso-morale) vehhassì lachem (e metà a voi pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).

Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.

Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri. Il desiderio delle cose altrui, l'avidità di possederle è la principale sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non lasciamole mai sortire dai limiti consentiti [pg 47] dall'onestà e dal dovere; contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco colui che è contento del proprio stato».

Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne instituita la festa del mathan torà (proclamazione della legge) o savuod (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo giorno di Pasqua. S'intitola pure, iom abicurim (giorno delle primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella festa di Pasqua.

Società domestica
presso gli antichi ebrei.

§ 1.—
Matrimonio.

«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore32, non v'ha più famiglia, non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno». Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all'aurora del mondo, era naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure, malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte essenziale del loro culto religioso.