Temendo Mosè che il popolo ch'egli voleva santo e modello a tutti gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse [pg 48] severissime pene per l'oltraggio al pudore, per l'infedeltà delle mogli e l'adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.

La monogamia, ovverosia l'unione di un solo uomo con una sola donna, è l'instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.

Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi trovò un ostacolo nel clima per cui quell'uso si era generalizzato (e dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie disposizioni.

Egli ricordò: 1º che la monogamia era d'instituzione divina e che Noè e i suoi tre figli, i patriarchi33, Giuseppe, lui stesso34 ed Aronne suo fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro cuori».

Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone avendo vista in Timnà [pg 49] una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e richiederla per lui in moglie.

Tra gli sponsali eresc, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno. Quest'opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco. Insistendo quegli per l'immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà». Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la fidanzata fosse caduta in fallo con altr'uomo, veniva trattata siccome adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni35, non poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno preso da suo padre anticipatamente. L'unico caso in cui la fanciulla non godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando mancando di fratelli essa veniva dichiarata l'ereditiera del patrimonio paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.

Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l'atto del [pg 50] contratto redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)36 scritto sopra un foglio di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.

Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi come pare che risulti dalle parole di Labano a Giacobbe, dalla storia di Sansone, e dall'uso costantemente mantenutosi sino ai giorni nostri. E non erano i soli parenti ed amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli sposi; poichè Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo non fosse soggetto alla leva nè venisse sottoposto a verun carico pubblico per un anno intiero; onde se ne stesse a casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».

Il vocabolo pileghesc, che si trova tanto spesso nella scrittura, viene tradotto in italiano impropriamente per concubina poichè il suo valore è tutt'altro. La pileghesc era moglie legittima ma inferiore alla padrona di casa. Ciò che la distingueva dall' Hissà (moglie), era la non celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.

§ 2.—
Levirato.