Quantunque per regola generale, noi ci siamo imposti di volerci astenere da qualsivoglia disquisizione filosofica o filologica, perchè le riteniamo inopportune pei giovani ai quali sono particolarmente dedicati questi nostri studi, pure, trattandosi di un soggetto d'alta importanza, ci teniamo obbligati di farvi un'eccezione. La ragione che ci induce a derogare dalla nostra linea di condotta, è quella di provare che la teoria dell'immortalità dell'anima non era sconosciuta a Mosè, contrariamente all'opinione di molti scrittori che con troppa leggerezza sostennero non trovarsene nel Pentateuco il minimo cenno.

Anche non tenendo conto che Plinio e Tacito, constatano che gli Ebrei credevano nell'immortalità dell'anima, è cosa certa che questa credenza formava un dogma pubblico della religione degli Egiziani. Ora si potrebbe supporre con fondamento che gli ebrei, se anche l'avessero ignorata prima, non avrebbero accettato con trasporto una credenza che se non altro serviva mirabilmente a mitigare le loro sofferenze presenti colla speranza di una vita migliore, ove il Dio della giustizia li avrebbe compensati con gioie immortali, e avrebbe fatto aspra vendetta dei loro oppressori? Anzi l'essersi Mosè astenuto di parlarne chiaramente non deve piuttosto ritenersi quale prova convivente che il popolo teneva a questo dogma con fede sicura? D'altronde contentandoci di appena accennare la risurrezione di Ezechiello; lo spirito di Samuele fatto evocare da Saulle [pg 137] e che dimostra ad evidenza una fede nella immortalità dell'anima, poichè non si evoca cosa che non si creda esistere fermamente; il versetto che troviamo nell'Ecclesiaste così concepito: «E ritornerà la polvere (il corpo) alla terra come fu; e lo spirito (l'anima) ritornerà al Dio che la diede», e tenendoci ai soli libri mosaici diciamo essere indubitabile che in essi vi si allude in più luoghi con tanta chiarezza, da renderne impossibile la contestazione.

Come avremo occasione di notare altrove, Mosè raccomanda vivamente agli ebrei di mai mettere in dubbio l'assoluta spiritualità di Dio, e di non obliare mai che nel grande fatto del Sinai essi «ascoltarono voce, ma non videro immagine alcuna». Ora avendo egli proclamato che l'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, in che poteva fare consistere questa immagine e somiglianza se non nello spirito ovverossia nell' anima?

Ignaro di questa teoria avrebbe potuto accertare, come accertò nella estrema sua cantica, che Dio ha la potenza di ferire e di risanare, di fare morire e di fare rivivere? E le espressioni di cui esso si serve per indicare la morte, non sono una conferma a questa nostra opinione? Le parole di andare a ritrovare i padri suoi; essere accolto dai suoi padri; coricarsi, addormentarsi coi proprii padri; andare in pace coi proprii padri; raccogliersi alle proprie genti suscitano forse nell'animo nostro la sconsolante e desolata immagine del nulla? Mosè voleva indicare il ritrovo delle fredde ceneri degli avi e delle proprie genti che furono, o non piuttosto una cara promessa di essere riuniti a quei nostri diletti che ci precedettero nella vita eterna del cielo? E l'espressione di gherim (pellegrini) con cui si qualificano i patriarchi, non serve forse a dimostrare chiaramente che questa vita non era considerata che un passaggio verso la vera patria che è il cielo?76.

[pg 138]

§ 3.—
Sepoltura.

Quando qualcuno moriva, i parenti e gli amici gli chiudevano gli occhi; ed era per loro un pietoso dovere il darsi ai preparativi pei funerali. La maniera di seppellire i morti variava secondo le diverse condizioni del defunto. Trattandosi di persona volgare si limitavano a lavarne il cadavere e ad avvolgerlo in una tela prima di sotterrarlo: ma trattandosi di una persona ragguardevole, pare cosa assai probabile, che a imitazione degli Egiziani anch'essi lo avviluppassero in molte fasce o lenzuoli, lo esponessero per alcun tempo sopra di un catafalco sparso di fiori odorosi, oppure di aromi e principalmente di mirra e d'aloe, e che vi praticassero l'imbalsamazione.

Quest'operazione, che gli ebrei impararono in Egitto, consisteva nello estrarre i visceri per un'incisione fatta al fianco sinistro, ed il cervello per le narici con uno strumento ricurvo e poscia ne riempivano le cavità di bitume, di mirra, di cannella, di nitro; poi si veniva alla fasciatura, e tutti i membri erano avviluppati l'un dopo l'altro in lunghe bende di tela. Dal Genesi rileviamo che per quest'operazione s'impiegavano quaranta giorni. Il corpo imbalsamato era posto in una bara di sicomoro, rappresentante al di fuori la forma umana.

Niuna minaccia era più terribile che quella di lasciare i corpi insepolti a pasto delle belve e degli uccelli rapaci. Il corteggio funebre era composto dei congiunti e degli amici dei defunti; ma volendolo rendere più pomposo, si prezzolavano piagnone e musici che eseguivano arie lugubri e tremolanti imitando i singhiozzi. Nel Talmud troviamo infatti essere obbligo d'ogni israelita di onorare la propria moglie, provvedendo pei suoi funerali due hhalilín (tamburri) ed una piagnona.

Il luogo assegnato alle sepolture doveva distare almeno cinquanta cubiti dalle città o dai borghi, e l'essere sotterrato di nascosto senza corteggio e lutto era il massimo dei disonori; e si diceva kevurád hhamór (sepoltura [pg 139] dell'asino). Le fosse erano talvolta scavate nel sasso vivo o costrutte nella terra in forma di critte o di caverne, che ora sono dette mearà, ora scihhà o sciuhhà, ora bor ed ora kéver. Quest'ultima denominazione era però adoperata ad indicare qualunque sorta di sepolcri.