Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto da un ufficiale del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno e zelante per la legge, come Finees, si gettò sopra di lui lo uccise e con esso uccise anche l'ufficiale del Re. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la rivolta. Dopo questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti vollero seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò nelle montagne. Matatia era sacerdote della classe dì Ieoiarib e dal nome di Asmoneo, proavo di lui, anco i suoi discendenti presero il nome di Asmonei. Matatia aveva cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e Ionatan, i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi dall'entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso sacerdote, diventato capo dell'opposizione si vide ben presto circondato da altri zelanti. In quello stesso tempo, avvenne [pg 171] che un migliaio di altri Ebrei fra uomini e donne e fanciulli, traendo seco il loro bestiame si erano ritirati nei deserti e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma inseguiti dai soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi, per soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in quel sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare. Matatia avendo udita questa cosa, fece sentire ai suoi seguaci che se avessero voluto comportarsi egualmente sarebbero tutti periti come senza difesa così senza utilità; onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero i primi ad attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che in sabbato fosse lecita anche la guerra offensiva, massime nella espugnazione di una città quando fosse stata assediato almeno tre giorni prima. Tuttavia questa savissima decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte gli Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che di difendersi in sabbato.

Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati intorno a sè quanti sentivano zelo per la legge e che erano risoluti di vincere o di morire per lei; Matatia cominciò ad assalire i villaggi e i luoghi meno muniti, massacrando quanti si opponevano, atterrando le are profane, e circoncidendo i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai dispiaceri, sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo per suo successore nel comando Giuda, suo terzogenito, che di non molto oltrepassava i vent'anni, ma che stimava ed era più degli altri valoroso e forte; e raccomandò che per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei consigli ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine esortò caldamente i suoi seguaci a resistere contro l'empietà dei figliuoli della superbia, e a combattere per la causa di Dio e del suo Tempio. Questo suo testamento dettato da un senno maturo e da una profonda cognizione del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un [pg 172] regno ed una fama immortale. Così morì Matatia e fu sepolto in Modin nella tomba dei suoi padri.

Giuda, armato come un gigante e terribile come un leone, all'entusiasmo religioso che lo animava, univa l'attività e il vigore di una gioventù bollente e robusta, e un coraggio sterminato, ma non cieco nè imprudente. Le rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei il sopranome di Macabeo macabì (martello). All'ardimento di Giuda era troppo poca cosa il limitarsi a scorribandare le campagne o sui monti, o ad attaccare luoghi remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa sua ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a correre tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità straordinaria assalì città e castella, le prese, le fortificò e le fece altrettanti punti di appoggio alle sue operazioni. Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi compatrioti, ingrossò il numero dei suoi guerrieri. Affrontò coraggiosamente l'un dopo l'altro due generali di Antioco: li battè, li ruppe, e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e sparse ovunque il terrore del suo nome.

Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento da disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul nascere, ma la mancanza di danaro, un'insurrezione nell'Armenia e la fede vacillante dei Persiani lo obbligarono a ritardare ed a dividere il suo esercito. Vennero quindi spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume di quei tempi un gran numero di mercanti di schiavi accodavano l'esercito onde comperare i prigionieri. I generali erano così certi della vittoria, che ne chiamarono da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender seco molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare affatto gli Ebrei, e di vendere all'incanto quanti fossero risparmiati dalla spada. Giuda non aveva che poche migliaia di soldati senza loriche, senza elmi, senza spade ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma erano [pg 173] uomini d'animo deliberato di vincere o di morire per Dio e per la patria, e guidati da un capitano tanto valente quanto accorto. Questi convocò le sue schiere in Masfa di rimpetto a Gerusalemme: ivi le purificò, le santificò coi riti della religione, le esortò con vivi ed efficaci discorsi onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto Mosaico, rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero di recente piantato una vigna o fabbricato una casa; e coi pochi prodi che gli rimanevano marciò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono in Emmaus nei dintorni di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le mosse del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il corpo più debole, lo sbaragliò; e l'altro corpo di Siriaci che aveva fatto un giro per cogliere gli Ebrei alle spalle e serrarli in mezzo, mirando dalle colline la sconfitta dei compagni, il disordine del campo, la fuga di tutti e non sapendo a quale causa attribuire un così improvviso avvenimento; si smarrirono anch'essi d'animo, volsero le spalle e si dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che fecero gli Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche ad altri correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo corpo di Siriaci comandato da Timoteo e da Bacchide subì la stessa sorte; nè più fortunato fu Lisia che con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a Betsura fortezza che era l'antimurale di Gerusalemme ai suoi confini coll'Idumea.

A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte d'Antioco Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò il corpo e morì per atroci dolori, rammaricando, secondo Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei e pei quali Dio ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato poscia Eupatore.

Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città si erano date a Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava che la cittadella di Gerusalemme. Allora Giuda entrò in questa città e trovò il Tempio ingombro da cento [pg 174] profanazioni, l'altare diroccato, le porte distrutte col fuoco, le erbe e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa, vista gli Ebrei si lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio. Giuda purificò il Tempio, rifece a nuovo l'altare dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo ed altri sacri arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e fece la dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese tre anni e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio. Una festa nazionale e religiosa, venne instituita nella data sopradetta per immortalare ai posteri la memoria di questo avvenimento.

Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa festa, detta hhanuchà (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata coll'accensione di lumi nelle case per otto sere consecutive e con canti di allegria.

Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza intiera degli Ebrei da qualunque soggezione straniera, venne conseguita da Simone il secondogenito di Matatia 400 anni dopo il ritorno da Babilonia, e che fu da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare i loro atti pubblici e a coniare monete.

Archeologia.

Pesi e Misure.