Giuseppe dice che una voce divina ordinò in sogno a Iaddo, di portarsi ad incontrare Alessandro seguito dai suoi sacerdoti. Iaddo ossequente a questa voce indossò gli abiti sacerdotali, e fatteli indossare agli altri sacerdoti e dando le opportune disposizioni onde la città venisse parata a festa, uscì processionalmente incontro al temuto conquistatore. Alessandro colpito da questo imponente spettacolo si avanzò verso il pontefice e inchinandoglisi innanzi lo salutò rispettosamente. Il suo amico Parmenione avendogli dimostrato lo stupore da cui era compreso per tali atti di rispetto tributati ad un nemico, Alessandro gli rispose che trovandosi tuttavia in Macedonia, una figura d'uomo vestito come quel pontefice gli era apparso in sogno e lo aveva incoraggiato a persistere nei suoi progetti di conquista, assicurandogli la vittoria sui Persiani. Strinse poscia la mano a Iaddo, entrò in Gerusalemme, visitò il tempio e vi offrì sacrifizii; e dietro domanda dello stesso pontefice, accordò agli ebrei l'esenzione dei tributi nell'anno sabbatico e la libertà di vivere ovunque secondo le loro leggi e i loro usi. Questa libertà estesa a quei giovani che avessero avuto il desiderio di militare sotto le sue bandiere, fece sì che molti ebrei s'iscrissero nelle file del suo esercito. Oltre a queste concessioni, al suo ritorno dall'Egitto volendo compensare gli ebrei della inalterata fedeltà che gli serbarono regalò loro una parte del territorio Samaritano88.

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Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe il tempo di assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli, e dopo la sua morte il suo impero fu diviso fra i suoi più illustri generali. Tolomeo figliuolo di Lago s'impadronì dell'Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei, [pg 165] mentre che Seleuco Nicàtore ne fondò un'altra nella Siria. Queste due potenze furono quasi sempre in guerra fra di loro; e la Palestina posta nel mezzo e palleggiata più volte dall'uno all'altro dominio ebbe molto a soffrire, poichè il continuo succedersi di padroni, il cangiamento di [pg 166] governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d'oro, dovevano fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti. L'esacerbazione degli ebrei trovò un'occasione a sfogarsi. Antioco Epifane aveva portato la guerra in Egitto contro Tolomeo Filomètore, che vinse e condusse prigione; ma prima che arrivassero queste notizie si era invece diffusa la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi feste congratulandosi di essere finalmente liberati di un infesto tiranno.

Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente coll'esercito vittorioso in Giudea, assediò e prese di assalto Gerusalemme, e l'abbandonò al sacco e al furore dei soldati. In tre giorni furono massacrate ottantamila persone d'ogni età e sesso ed altrettante ne furono vendute. Quell'iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare dei porci; ne portò via il candeliere, l'altare, la mensa, lo spogliò di ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia carico di un immenso bottino lasciò per governatore della Giudea certo Filippo uomo crudo e severo.

Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l'illustre e che il popolo per ischerzo chiamava Epímane o [pg 167] il pazzo, era veramente più degno di questo che del primo titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito e la potenza della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo principe. Di volgari sentimenti, praticava colla plebe e si mischiava con essa; era stravagante, dissipatore, vizioso, prepotente, feroce e più tiranno che re. Abbenchè padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni per lui, anco i più impopolari e i più sacrileghi. Quindi gli Ebrei incorsi nello sdegno ornai inespiabile di un tale uomo, non potevano più aspettarsi che sciagure. Il loro spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi, la loro vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di essi l'odio e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che dopo le conquiste di Alessandro si erano stanziate nella Palestina e nelle regioni confinanti; e queste erano altrettanti mantici che soffiavano nelle orecchie di un re già malamente disposto.

Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che abbiamo raccontato di sopra, quando Antioco obbligato dai Romani a sgomberare l'Egitto già fatto sua preda, si rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme. Forse egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito di darsi anch'essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo Filomètore; e per impedire questa sospettata diserzione, che lo avrebbe posto a gran pericolo, mandò quietamente a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di sterminare quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato un giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano raccolti nelle sinagoghe, li fece assalire all'improvviso. Tutti gli uomini che non poterono fuggire furono massacrati, le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e dopo il saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di una turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava di umano, forse neppure il volto, deturpato da [pg 168] selvaggie passioni. Una terribile cittadella detta l'Acra fu allora innalzata allo scopo di dominare il Tempio e munita di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase affatto deserta.

E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro non si tenesse ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea un delegato, certo Ateneo Antiocheno, per fare eseguire una nuova sua legge per la quale si obbligavano tutti gli ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con lui furono inviati missionari per predicare la nuova fede, e per convertire i non credenti: e un prete greco fu pure mandato a Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a introdurvi il culto di Giove Olimpico. In conseguenza di che furono proibiti sotto pena di estremo supplizio pei contravventori la circoncisione, l'astinenza dei cibi vietati, l'osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il delegato regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre scritture, e la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata ove era l'altare degli olocausti. Cessarono i sacrifizi, i sacerdoti furono sterminati o dispersi, e se qualche pio ebbe tuttavia l'occulto coraggio di obbedire più alla sua coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario, i cui residui di vita si poteano appena numerare per giorni o per ore, fu trascinato a crudele supplizio; due bambini nati da pochi giorni e circoncisi furono strangolati, i poveri cadaveri vennero appesi al collo delle loro infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte passeggiare per la città, indi precipitate dall'alto; e furono altresì uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano a quel religioso rito89.

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Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei non ne offriva esempio, l'insensato Antioco credeva di pervenire a distruggere la nazionalità Giudaica e a fare prevalere le ceremonie e le superstizioni pagane sul Culto antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai l'ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla [pg 170] sapienza, le tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità, il vizio e la corruzione sulla virtù e la purezza?

La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità volle forse dimostrare loro le funeste conseguenze della loro religiosa rilassatezza; e umiliandoli in un modo così basso fare rivivere in loro il sentimento nazionale che nella maggior parte del popolo s'era, se non intieramente estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del Culto nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi contro la forza imponente del tiranno; ma le eccessive crudeltà di Antioco e l'eroica devozione di una famiglia di sacerdoti li fecero sortire dal loro ritiro, e li incoraggiarono a prendere le armi per vendicare la loro religione e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere alla ferrea costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini eroici capitanati dai figli di certo Matatia che abitava in un borgo chiamato Modin, che trovavasi sulla strada che da Ioppe mette a Gerusalemme.