Il terzo vaikrà o Levitico viene così chiamato perchè contiene più particolarmente le attribuzioni dei sacerdoti e dei leviti, e le norme relative ai sacrifizii.
Il quarto Bamidbár (numeri) viene così chiamato perchè comincia coll'ordine dato da Dio a Mosè nell'anno secondo dopo l'uscita d'Egitto di numerare il popolo che risultò composto di 603,550 uomini capaci alle armi, ossia dalla età di 20 anni in su. In questo calcolo non venne [pg 197] compresa la tribù di Levi esente dal servigio militare perchè, come dicemmo, particolarmente dedicata al servizio del Tempio e all'istruzione del popolo. Numerata pertanto separatamente essa diede la cifra di 22 mila maschi da un mese in su. Questo libro finisce colla esposizione delle vittorie riportate da Mosè sui Moabiti e Madianiti i cui paesi confinavano col Giordano, e che oltre al negargli il chiesto passaggio attraverso il loro territorio, colla seduzione delle loro donne avevano indotto molti Ebrei ad abbracciare lo strano e sconcio culto di Baal peór che causò la morte a 22 mila persone.
Il quinto ed ultimo libro è appunto il Deuteronomio che finisce colla benedizione di Mosè.
I neviím comprendono tutta l'epoca storica del popolo nostro, dalla morte di Mosè all'esilio babilonese; e constano del libro di Giosuè, di quello dei giudici, dei due libri di Samuele, dei due Re, degli immortali scritti dei tre profeti maggiori Isaia, Geremia ed Ezechiele vissuti alla fine del primo Tempio e al principio della cattività babilonese, e dei frammenti rimastici di dodici profeti minori (così chiamati per distinguerli dai primi).
I Cheduvím (agiografi o scritti santi) comprendono: 1º I salmi di Davide che oltre alla sublimità poetica che raggiungono molti d'essi, inspirano tutti tanto viva ed efficace pietà religiosa, contengono in sì grande copia precetti morali che giustamente vennero adottati a far parte di alcune nostre preghiere, sia nelle liete come nelle luttuose circostanze; 2º I proverbi di Salomone che sono una raccolta di ammaestramenti esposti ai giovani con singolare semplicità e maestria, e che dipingono con una ammirabile fedeltà e vivezza i danni della ignoranza e di una sregolata condotta: e viceversa i pregi della sapienza e i beni ch'essa procura a coloro che l'amano. Questo libro finisce colla descrizione della donna forte ( ésced hhail ) che per una pia usanza si canta tuttora nelle famiglie al venerdì sera al ritorno dal Tempio; 3º Il libro di Giobbe stupendo lavoro che in seguito a intelligentissimi studii [pg 198] venne attribuito a Mosè; 4º Il Cantico dei Cantici scir ascirím di Salomone, nel quale molti commentatori credettero di trovarvi simboleggiato Dio (lo sposo) e la nazione d'Israele (la sposa), che si esprimono la loro ardente e reciproca tenerezza; 5º Un frammento storico del Tempo dei Giudici ( Ruth ) che ci descrive i pietosi avvenimenti della virtuosa e pia bisavola di Davide e dichiarato da Goeth il più bell'idilio che esista scritto; 6º L'Ecclesiaste attribuito a Salomone, esame a tinte oscure, e fors'anco esagerate in parte, dei diletti materiali e delle improbe fatiche che sostiene l'uomo per procurarseli, per quanto in realtà siano tutte vanità delle vanità; 7º La storia d'Ester di cui parleremo nel mese venturo; 8º I treni innarrivabile lavoro del profeta Geremia che piange sulle fumanti rovine della sua patria; 9º I preziosi frammenti storici di Daniele, di Esdra e di Neemia contemporanei della schiavitù babilonese, e come dicemmo altrove i due ultimi d'essi strenui propugnatori della riedificazione del secondo Tempio; 10º I due libri delle cronache ( divrè aiamím ) rapido riassunto di tutti i libri santi.
Non v'ha dubbio che molti nostri scritti dovettero andare smarriti sia per l'incendio ordinato dal dissennato Califfo, della famosa biblioteca di Alessandria, e sia per le tante peripezie sofferte dal popolo nostro, posciachè nella Bibbia noi troviamo menzionate parecchie opere che non possediamo. Si parla a mò d'esempio d'un libro intitolato «delle guerre di Dio»; d'un altro delle «cronache dei re di Giuda e d'Israele»; di un terzo intitolato «della rettitudine» che non è certo il libro che nella letteratura nostra si conosce sotto tale titolo, e finalmente di tre importantissimi lavori del re Salomone, il primo dei quali era una diffusa storia sui regni animale e vegetale, il secondo una cantica di mille e cinque (soggetti o capitoli), e il terzo una raccolta di tre mila proverbi o favole.
La legge orale ( torà scebèal-pè ) non è che una spiegazione, un commento, un'amplificazione alla legge scritta; [pg 199] e in molti casi incontestabilmente necessaria per la retta intelligenza di molti riti involti in una certa oscurità o appena in quella accennati100.
Secondo la tradizione, questa spiegazione della legge scritta fu da Mosè stesso insegnata oralmente a Giosuè, il quale, a sua volta, la trasmise agli anziani. Questi poi la insegnarono ai profeti, e da questi venne trasmessa ai membri della grande Assemblea. Il provvido e coraggioso Rabbì Jeudà, chiamato per antonomasia «Rabenu akadoss» (il nostro Maestro santo), nell'anno 180 dell'êra volgare la raccolse in un volume detto Misnà (ripetizione o studio), poichè per la perdita della politica indipendenza, per la dispersione d'Israele nei quattro angoli della terra, e pel conseguente decadimento della letteratura nazionale, entrò nell'animo degli uomini religiosi e pii la tema che col volgere degli anni potesse andare alterata o dimenticata.
Il Talmud o Ghemarà diviso come la Misnà in sei trattati, oltre alle sentenze, ai racconti, alle leggende religioso-morali che contiene in gran copia; oltre alle preziose nozioni di storia contemporanea e scene della vita domestica e sociale tanto del popolo nostro quanto delle altre nazioni con cui avevano relazioni; è poi un diffuso e minutissimo commentario della Misnà. In esso vengono scrupolosamente registrate tutte le discussioni, che si può dire sopra ogni articolo della Misnà, fecero le più famose accademie di Terra Santa e di Babilonia fino al secolo V. Questa raccolta immensa fu compilata dai Rabbini Ravena e Rav-assè.
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