Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che tardi o tosto colpisce sempre l'ostinato ed inumano oppressore. Breve strada disgiunge l'Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via del deserto.

È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece [pg 17] subire alle spiaggie del Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto Sucoth (tende) probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad Etan. Però affine d'ingannare il re d'Egitto, facendogli credere di essersi smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece accampare il popolo con una marcia retrograda tra Migdol e il mare dirimpetto a Baal-Sefon.

Era il sesto giorno dall'uscita d'Egitto, e il popolo alzando gli occhi videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall'Egitto?» Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l'ultima volta voi vedrete gli Egizii. È l'Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge l'alba del settimo giorno, e dietro l'ordine di Dio, Mosè batte colla sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l'inimico. Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito d'inseguire i fuggenti, che già toccavano l'altra sponda. I soldati accortisi, ma troppo tardi, dell'estremo pericolo che loro sovrastava affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio combatte per lui contro l'Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e coll'accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.

Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della festa di Pasqua o delle azzime Pessahh o hhag amassod, che noi celebriamo nel plenilunio di Nissan, [pg 18] cioè dai 15 ai 22 di questo mese. La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da ciò, che colla parola Pessahh (che significa transito, salto ) si vuole commemorare l'incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando l'angelo di Dio uscendo per l'Egitto ad uccidere indistintamente i primogeniti degli uomini e delle bestie, saltava le abitazioni degli Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll'altra denominazione di hhag amassod si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di cibarsi d'azzime per tutto il tempo della sua durata.

Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo, che lo scopo di questa ordinazione fu quello di volere commemorare il pane dell'afflizione che mangiarono gli Ebrei nella loro precipitosa uscita dall'Egitto; inquantochè fu talmente forte lo spavento provato da Faraone e da tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi fossero morti; che raccoltisi frettolosamente presso Mosè ed Aronne li stimolarono, li obbligarono ad allontanarsi immediatamente dal loro paese, pregandoli pure a volerli benedire prima della partenza, onde non avessero ad incontrare anch'essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei dovettero pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con prudente disposizione Mosè aveva fatta loro preparare pel viaggio, e farla cuocere con sollecitudine in focaccie non fermentate appena fuori della città.

E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa solennità come quelle di Savuóth e di Sucóth, noi le prolunghiamo di un giorno oltre al numero fissato da Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si segue in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In Gerusalemme ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato della nazione, e di cui noi parleremo in seguito, si stabiliva il primo giorno del mese dietro le deposizioni di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna [pg 19] nuova: e di questa decisione se ne rendevano partecipi le provincie con fuochi accesi convenzionalmente sopra certe montagne. Ma dopo la distruzione del Tempio e il trasporto del Beth Din in Iabnè, sul dubbio che l'annunzio del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei luoghi lontani, si decise che si prolungasse di un giorno la festa; e la Pasqua si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui il 7º e 8º giorno della festa venivano a cadere nei dì 21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il iom tov scenì scel galuiod (secondo giorno festivo della dispersione). E quantunque sia ora impossibile il cadere nell'errore che si temeva dai nostri antenati, nullameno si persiste a seguire tale uso quasi universalmente.

Inaugurazione del Tabernacolo
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Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo anno dall'uscita d'Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo fatto fabbricare da Mosè nel deserto. Noi ommettiamo la descrizione di tale solennità, sia perchè essa riescirebbe troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre importanza storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non dobbiamo però passare sotto silenzio, essere stato tale l'entusiasmo del popolo nell'offrire preziosi oggetti per erigere ed arredare quella prima casa d'orazione consacrata al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare passare una voce nell'accampamento onde raccomandarne l'astensione, essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei lavori furono due artisti di genio designati da Dio stesso, e che si chiamavano Bessalel e Oliab.

Sollevazione del popolo
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Essendo destino dell'umanità che al bene debba trovarsi sempre mescolato il male, in maggiore o minore proporzione, dopo i due fatti precedenti di cui uno glorioso e l'altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo costretti di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole [pg 20] sia per se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto nel deserto di Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna, sorella di Mosè, venendo a mancare l'acqua10, il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di averlo tratto dall'Egitto per condurlo in luoghi ove difettava persino l'acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e neppure questa volta gli venne meno il suo soccorso in favore di quel popolo protervo, che malgrado tanti miracoli, ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero radunare il popolo presso una rupe indicata da Dio, e dalla quale sgorgò un rivo d'acqua limpidissima. Ma in questo fatto i due grandi personaggi commisero tale atto di mancanza verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare in seguito), che furono anch'essi condannati a morire nel deserto.