La settimana veniva indicata col nome ssavuan (giro di sette giorni da ssevan, ssivñhà ). I giorni non avevano nomi peculiari, ma s'indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera il nome di sabbato.

Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di settimane, cioè i quarantanove giorni [pg 11] che correvano dalla festa di Pasqua alla festa di Savuód; 2º Le ebdòmade d'anni, dei quali il settimo si chiamava anno sabbatico senad assemità; 3º Le ebdòmade di anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall'anno del giubileo iovel, che cadeva nell'anno cinquantesimo. Lo storico Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun modo di tale divisione.

Non v'ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad indicare il mese sono: ierahh (da iareahh luna); hhodess (da hhadass nuovo ovvero novilunio).

I mesi, tranne pochissimi, venivano anch'essi indicati numericamente 1º, 2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei mesi babilonesi e i nomi degli angeli3. I mesi stabilmente prescritti colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º Nissan indicato nel Pentateuco col nome di abib (maturazione); 2º Iiar ( ziv bellezza, decoro per l'abbondanza dei frutti [pg 12] e dei fiori); 3º Ssivan; 4º Thamuz; 5º Ab; 6º Elul; 7º Tisrì designato nella Bibbia col nome di ierahh aedanim4; 8º Merhhasvan (bul); 9º Chisslev; 10º Theved; 11º Ssevath; 12º Adar; 13º Veadar o Adar secondo.

NISSAN
(
Marzo-Aprile
).

Come s'apre splendido e nobile l'anno ebraico! Con quanta ragione Mosè potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole: «Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi dell'anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del nostro popolo.

Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall'ardente desiderio di abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un istante ad aderire all'invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d'un secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d'Egitto un uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da Giuseppe all'Egitto, a quella [pg 13] famiglia venuta colà ad ospitare fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose dapprima enormi gravami e poscia nell'intento di estinguerla totalmente decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su d'essa con particolare affetto.

Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai sacerdoti d'Osiride in tutta la scienza del paese.

Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano, ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere l'Egitto5; egli ebbe [pg 14] a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, [pg 15] pare che si facciano una legge e trovino una dolce voluttà nell'aspreggiare vilmente i miseri pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.

Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell'appoggio divino che nel roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua modestia e dalla gravezza dell'incarico che stava per assumersi6, va in Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d'Israele, e lo persuade che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide l'angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di quell'Essere che fu, è, e sarà7. Faraone con un'alterigia dissennata, non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta [pg 16] da Mosè unica conseguenza della loro pigrizia. Ma coll'opera di mirabili prodigi, detti le dieci piaghe d'Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l'Egitto la onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie dei suoi oppressori8 che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre due secoli9.