Che Sparta dovesse cominciare a rammaricarsi della nuova potenza di Atene e del primato perduto, era ovvio; che la superba oligarchia dorica si dovesse adombrare di questo imponente allargarsi della jonica democrazia, era naturale; ma che Atene si affrettasse a legittimare le gelosie della sua emula, e a fornir pretesto a' suoi reclami, è altrettanto incontrastabile.

Già ella si vien preparando astutamente le vie del dominio, prolungando ad arte contro il Persiano la guerra che non ha più ragione di essere; ad arte stancando gli alleati, costretti a seguirvela, fin ch'essi non prescelgano esonerarsi, con tributo in denaro, dalla sovvenzione pattuita di uomini e di armi[32]. E intanto che Atene concentra in sè tutte le forze militari, gli imbelli alleati si van man mano convertendo in tributarj.

Undici anni appena sono scorsi, e Nasso, stanca di una lega la quale più non serve oramai che alle viste particolari di Atene, domanda d'uscirne: essa crede che l'alleanza sia libera come nel giorno in cui v'è entrata. Atene non tarda a disingannarla. Assedia Nasso e la riduce in servitù[33]. Sciro, Caristo, Samo, gli altri alleati che seguono Nasso nelle sue velleità, non tardano a seguirla nella sua sorte.

Però Atene non aveva aspettato fino allora a far chiari i suoi intendimenti. Già il suo primo atto come egemone era stato un atto di prepotenza diretto a togliere alla lega, ch'essa divisava di opprimere, il primo mezzo dell'indipendenza: il danaro; in attesa di toglierle le armi.

Pochi anni dopo il patto federale, a dispetto dei giuramenti giurati e col pretesto di mettere il tesoro della lega al sicuro dai Persiani, essa lo trasporta da Delo nell'acropoli ateniese[34], ove non tarda a confonderlo col tesoro cittadino, e a servirsene, come di cosa propria, per i bisogni della città. Più tardi, ad aumentar viemaggiormente le sue risorse e le sue ricchezze e a convertire il primato in assoluta signoria, essa graverà di nuovi tributi le città alleate insorte e ricostrette all'obbedienza, si impadronirà delle loro navi, distribuirà fra coloni ateniesi le terre dei vinti, ridotti da proprietarj alla condizione di fittabili, obbligherà i nativi delle città fatte suddite a recarsi per le loro cause civili e criminali in Atene, — nuova bazza e cospicua di introiti e di guadagni per il suo erario e per i suoi giudici cittadini[35].

Autore e consigliatore di quel primo passo al dominio che fu il trasporto del tesoro degli alleati in Atene — un vero furto — era stato un oratore giovane e già insigne: Pericle, figliuolo a Zantippo. Era il medesimo che ai danni di Atene stessa già macchinavane un altro: — il furto delle sue libertà.

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Ingegno vasto ed acuto, accortamente ambizioso, studiatore profondo di uomini e di cose, Pericle conosceva il suo popolo e il suo tempo. L'ambizione smisurata ed il talento degno dell'ambizione, lo chiamavano in alto; la riflessione e l'esperienza glie ne spianavano la via. Al primo giungere agli affari, trovò, egli, di stirpe nobile, la parte aristocratica stretta intorno a Cimone, del quale era vano emular la gloria dell'armi: la democrazia, potente di numero per il cresciuto navilio, per i politici ordinamenti. Comprese che la democrazia soltanto poteva essergli sgabello a salire.

Solone, Clistene, Aristide, avean dato molto al popolo, per renderlo sovrano di sè stesso: bisognava dargli di più, per renderlo soggetto. Le virtù antiche, il disinteresse antico avevano fatta e mantenuta libera Atene dai Pisistratidi in poi; bisognava intaccare quelle virtù alla radice, per intaccar l'albero della libertà. E la libertà era la seconda vita d'Atene; perchè Atene si acconciasse a perderla, bisognava darle in compenso qualcosa d'altro che ne tenesse il posto.

Bisogna rendere al popolo — e ad usura — in beni e godimenti materiali, ciò che gli si toglie di beni morali. Bisogna che il corpo stia bene, perchè l'anima si contenti di poco. Antica massima del despotismo sapiente — in tutte le età.