Cimone, figliuol di Milziade — insigne per le virtù, per la gloria dell'imprese, per l'appoggio della fazione aristocratica fatta autorevole dalla maestà dell'areopago — Cimone sbarra a Pericle la via del primato e del dominio. A Cimone, alla sua fazione, bisognerà contrapporre il basso popolo e cattivarselo nell'assemblea.
Ma Cimone, ricco, era beneviso al popolo per la sua generosità: lui del proprio imbandir cene ai poveri, fornirli di vesti, sovvenirli di danaro: lui togliere da' suoi campi le siepi perchè il coglierne i frutti fosse libero ad ognuno[36]. Pericle, men ricco e più taccagno, pensa di superarlo, con minore spesa; e introduce — a gran festa della plebe — la mercede dei tre oboli per l'intervento alle assemblee (μισθὸς ἐχχλεσιαστιχὸς). Cimone non dà al popolo che delle elemosine incerte. Pericle gli dà degli stipendi fissi. Cimone gli apre la propria borsa, che a lungo andare s'asciuga; Pericle, più furbo, gli spalanca le casse dello stato. Il popolo naturalmente non esita nella scelta; e Cimone è sbandito coll'ostracismo. Tucidide lo seguirà.
Così l'esercizio di un grande dovere e del diritto più nobile del cittadino diventa un impiego; e la sovranità popolare è fatta venale.
Ma i cinquecento del senato son scelti anch'essi tra il popolo: è il senato che propone i decreti, dirige le adunanze; bisogna ingraziarsi, per salire, anco il senato. Pericle paga anche i senatori e assegna loro la mercede di una dramma per ogni seduta.
Però il partito aristocratico è ancor potente nei tribunali: domina nell'areopago, magistrato supremo, correttor de' costumi. Anco ne' tribunali bisognerà contrapporgli ed ingraziarsi la plebe. Le attribuzioni dell'areopago saran mutilate e deferite ai giudici popolani (eliasti); e questi saran portati a seimila, e giudicheran tutte, quasi, le cause civili e criminali; ogni Corte di giustizia dell'Eliea avrà aspetto di una vera assemblea politica e giudicherà colle passioni di quella[37]. Perchè la somiglianza sia più completa, Pericle paga anche gli Eliasti: e assegna ai giudici cittadini la mercede di un obolo per ogni seduta in giudizio, di una dramma ai senatori (μισθὸς δικαστικὸς)[38]. E perchè i giudizî e gli oboli fiocchino, tutte le cause dei cittadini dell'altre città — alleate di nome — già suddite di fatto — sono avocate ai tribunali d'Atene.
Così l'esercizio di un altro officio augusto della sovranità diventa un altro impiego: l'avidità degli oboli distacca i cittadini dal lavoro, e genera la manìa dei giudizii; e la giustizia è fatta anch'essa venale.
Ma gli aristocratici disciplinati da Tucidide[39] resistono, e sono ancora per l'ambizione di Pericle una minaccia; poi, quest'amore della vita pubblica, alimentato nel popolo dalle paghe, può degenerare col tempo in pericolo. Quando le franchigie e gli uffici della sovranità popolare son adoprati a stromento di dominio, bisogna che il popolo non se ne pigli se non quel tanto che può giovare a chi li adopra. Il troppo discorrere nel foro, l'applicazione troppo intensa agli uffici publici, agli affari publici, a lungo andare, alla tirannide non giovano; il popolo bisogna divagarlo. Pericle ci penserà. Si aumenteranno le feste, si bandiranno in teatro nuovi spettacoli; e siccome a teatro l'ingresso è stato fin allora gratuito, ma i ricchi aristocratici pagan due oboli per sedersi e il popolo sovrano che non paga sta in piedi, Pericle riparerà l'ingiustizia e farà pagare sull'erario publico due oboli ai popolani per recarsi a teatro (θεωρικὸν). Ma il teatro non sempre è aperto tutte le feste: e nell'altre i ricchi la scialano in sagrifizi e banchetti tra di loro: perchè il popolo non resti a bocca asciutta, Pericle a spese dell'erario darà lauti banchetti anche al popolo e gli farà pagare dallo Stato i due oboli anche in tutte l'altre feste[40]. Le feste in Atene son molte, il doppio che negli altri Stati: i popolani sono a migliaia: e la mercede festiva, che svilupperà nel popolo le abitudini dell'ozio e del vizio, peserà sull'erario per grosse cifre di talenti[41]. Verrà il giorno che Platone chiamerà la democrazia d'Atene convertita in teatrocrazia[42]; che Plutarco farà il conto aver gli Ateniesi nelle Bacche, nelle Fenisse, negli Edipi, nelle Antigoni, nelle disgrazie di Medea, speso assai più che non nelle guerre sostenute per la libertà contro i barbari[43].
Ma non anticipiamo gli eventi: e sentiamo per ora il giudizio di Plutarco, gran lodatore di Pericle, su quelle sue mercedi:
«Distribuendo denari per gli spettacoli e per le giudicature, e dispensando altre mancie, premj e donazioni, Pericle corruppe la moltitudine, dell'opera della quale servivasi contro il senato dell'Areopago....: onde essendo il popolo stesso malavezzato, divenne per tali istituzioni scialaquatore e dissoluto, di sobrio ch'egli era e avvezzo a procacciarsi il sostentamento co' proprj lavori.»[44]
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