In tanto scialaquo di paghe che aveano rotta l'antica austerità, e fatto merce di ogni diritto, un solo servizio pubblico restava ancora gratuito: la milizia. Dai tempi più antichi il diritto di difendere la patria coll'armi era stato tenuto il primo e il più santo dei doveri del cittadino ateniese: e dalla gara in adempierlo ripeteva Atene le sue glorie. Servivano i cittadini delle quattro classi a proprie spese, fornivan del proprio, secondo il vario censo, quelli la trireme, quegli altri il cavallo, questi altri le armi. Ma ormai anco il servizio dell'armi doveva per forza seguir la sorte degli altri. I facili e lauti guadagni delle nuove mercedi han presto sviluppate le abitudini della mollezza, dell'ozio, del viver dolce: come costringere, ad affrontare — e a proprie spese — la vita aspra dei campi e delle triremi, e i rischi delle battaglie, dei cittadini ormai avvezzi a scialarla metà dell'anno nelle feste, spossati dai divertimenti, abituati a pigliar danaro d'ogni parte e come niente, stando beatamente seduti a chiacchierare in teatro, nel foro, nella eliéa? Come costringerveli? Buon Dio! sarebbe stato il modo più sicuro per farsi mandar da quella gente a benedire e per perdere il frutto di tutte le mercedi spese a guadagnarsela. Poi, che che bisogno d'armi? Il barbaro è vinto per sempre: e Atene primeggia fra i Greci. Pure un esercito ci vuole per conservar la signoria: ci vuole per tener a segno gli alleati indocili che cominciano a trovar l'alleanza d'Atene troppo pesante ed incomoda. E Pericle ha bisogno di armi per le sue vaste mire sulla Grecia: e la forza maggiore di Atene è nelle navi, e il contingente navale è dato quasi tutto dalla plebe, che bisogna aver devota ad ogni costo. Quindi Pericle, cassato il severo obbligo antico, retribuirà di stipendio anco il servizio militare: e per contentare il popolo e allettarlo, fisserà la paga per ogni soldato o marinajo ad una dramma il giorno, il doppio cioè della mercede dei giudizj e del foro. Questo naturalmente non basterà per ridestare l'emulazione militare di Salamina: ma darà in mano a Pericle un altro elemento di popolarità e di forza, e svilupperà più tardi la piaga, già aperta, dei mercenarj.
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Così Pericle, già padrone dei voti nel foro, nei giudizj, già divenuto l'idolo del popolo, si vien spazzando davanti gli ultimi ostacoli dell'avverso partito: il capo di esso, Tucidide, colpito anch'egli di ostracismo, segue Cimone nell'esilio e Pericle rimane solo, senza emuli: Pericle, per cui la signoria di Atene non era nulla, se non significava in pari tempo la signoria di tutta la Grecia.
Naturalmente, tutto quello scialaquo di mercedi ha dissanguato le casse: l'erario di Atene non vi basta più. Pericle vi supplisce, come abbiam visto, col tesoro degli alleati, e fa complice il popolo, per cui lo spende, nella propria prepotenza; in attesa di averlo complice in altre prepotenze e in altre ingiustizie. Gli alleati protestano, e Pericle persuade il popolo a non farne conto; si ribellano, e Pericle li vince coll'armi, li multa in tributi, ne confisca le navi, ne confisca le terre, impone loro condizioni di servitù. La iniqua ripartizione delle terre dei Greci vinti, fra i coloni ateniesi, diventa un nuovo titolo di Pericle in faccia alla democrazia d'Atene. Il giogo imposto agli antichi alleati diventa un nuovo titolo della sua grandezza. Atene, fatta pingue delle spoglie conquistate ai Greci dei quali avea giurato difendere contro il barbaro gli averi e la libertà, Atene seguirà Pericle più docilmente e gli obbedirà più mansueta. Si obbedisce più volontieri quando si comanda a qualcuno.
Il tributo delle città federate — ormai tributarie — da 460 è portato a 600 talenti: e aumenterà ancora: finchè ai tempi della guerra del Peloponneso toccherà le cifra dei 1200 (sei milioni e mezzo).[45]
L'aumento della marina ha vinto la concorrenza commerciale di Egina, di Megara, di Samo, di Corinto, e dato ad Atene anche il monopolio del commercio nell'Jonio e nell'Egeo. All'argento del Laurion si è aggiunto l'oro di Taso. La città di Cecrope gavazza nell'oro e Pericle pensa al modo di spenderlo. Atene «la incoronata di viole»[46] avrà un'altra corona più superba di statue, di palazzi e di monumenti.
La ricchezza diventata opulenza ha rammorbidito le tempre, ingentilito e rammollito il costume, moltiplicati i bisogni. Le gioje pure della famiglia più non bastano a un popolo di gaudenti, annojato del lavoro. Bellezze famose convengono in Atene e i ricchi ateniesi corrono lor dietro. Il regno delle etère comincia e quello delle donne oneste se ne va. Pericle dà il buon esempio, ripudiando la moglie per una cortigiana di Mileto: e la casa di Pericle e di Aspasia, la gentile etèra fornita di tutti i doni delle Muse, diventa ad un tempo il luogo di convegno della società equivoca femminile e del fiore della società maschile di Atene. Là convengono le bellissime etère a dividere colla milesia l'impero della bellezza, della grazia e dello spirito: là convengono i più distinti Ateniesi a ricrearsi dalle brighe della vita pubblica e dalle noje del matrimonio. Le arti, le lettere, le scienze eleggon la sede in quelle adunanze geniali: e gli artisti, i poeti, i filosofi, vi accorrono. Si chiamano Sofocle ed Euripide, si chiamano Fidia, Mnesicle, Polignoto, si chiamano Anassagora: si chiamano Socrate. Il genio greco irraggia da quel centro sulla città, tutto investendo, anco il vizio, delle più splendide forme. La vita di una coquette è la vita di Atene: e Pericle adorna, indora, abbellisce Atene come una coquette[47]. Mentre nelle Panatenee e nelle Dionisiache si recitano la Fedra e l'Edipo, si ascolta la storia di Erodoto, Mnesicle innalza i Propilei, Ittino e Callicrate il Partenone, Corebo il tempio di Eleusi, Fidia modella il Giove e la Minerva, Polignoto e Zeusi dipingono i Portici. Il Greco e il barbaro accorrono d'ogni parte ad Atene ad ammirare i nuovi miracoli dell'arte, e il popolo ateniese, uscendo dall'assemblea ove è stato a sentir gli oratori commensali di Pericle, recandosi allo Pnice e ai dicasteri a guadagnarvi i tre oboli largiti da Pericle, andando a teatro a papparsi i due oboli, dono della larghezza di Pericle, — s'arresta con orgoglio, nominando Pericle, innanzi ai colossali monumenti, che ricorderanno la grandezza della sua patria alle età più lontane, ma diventeranno anche le pietre sepolcrali della sua libertà.
Egli deve troppo a Pericle per non lasciarsene governare e condurre a suo talento; a un uomo che ha fatto Atene così ricca, così grande, così bella, si può bene fidare ad occhi chiusi anche il deposito delle franchigie che l'han fatta libera e virtuosa.
E Pericle governa per 40 anni la democratica Atene con tanta pienezza d'autorità quanta a pochi sovrani assoluti sia stata concessa mai.
Sentiamo Plutarco: «Distrutta ogni fazione contraria, ei trasferì tutto in sè medesimo il dominio d'Atene: tutto dipendeva da lui quanto dipendeva prima dagli Ateniesi, i tributi, le spedizioni militari, le triremi, l'isole, il mare: egli solo avea autorità e potenza grande dinanzi ai Greci, dinanzi ai barbari. Però non era già più quel desso di prima; non cedea più così facilmente alla moltitudine: ma tirando la briglia a quel troppo rilassato popolare governo, lo fece aristocratico, anzi pur quale è quello che dipende da un solo re.... Chiamavano i comici nuovi Pisistratidi i famigliari suoi, a dinotar l'eccesso del suo potere, troppo gravoso e sproporzionato a governo democratico. Teleclide poi dice che gli Ateniesi posero in di lui mano i tributi della città e le città medesime, sicchè potesse altre legarne, altre disciorne a suo talento, e l'autorità di alzar mura, di atterrar le inalzate: e insomma le convenzioni, la pace, le forze, le ricchezze, la felicità loro. Nè questo già in circostanze che così richiedessero, nè solo nel breve tempo che era in vigore l'amministrazione sua: ma primeggiò per lo spazio di ben quarant'anni.... e dopo l'ostracismo di Tucidide per ben quindici anni: avendo ristretta in sè medesimo e renduta una sola l'autorità e possanza ch'era divisa in annue magistrature.»[48]