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Furono è vero, quarant'anni di un'epoca splendida, unica nella storia; e avete ragione, caro Yorick, di ricordarlo, la memoria di essa va sfidando i secoli.

Che importa che in quei quarant'anni di minorità politica si vada man mano alterando e perdendo nel popolo la dignità e l'abitudine del vivere libero, la coscienza di sè stesso e della sua sovranità, sicchè, quando alla morte di Pericle crederà di averla ripresa, si troverà tornato bambino e inetto a valersene, e della libertà ricuperata non troverà più in sè le virtù nè per usarla nè per mantenerla?

Che importa che si vadan perdendo via via gli istituti, le leggi, i costumi severi, lo spirito di abnegazione, gli slanci magnanimi, e tutte le austere virtù repubblicane dei padri che avean dato ad Atene le pagine più belle della sua storia?

Che importa che Atene vada smarrendo la coscienza della sua grande missione democratica e liberatrice, ond'era sorta un giorno, per libera elezione dello affetto reverente dei popoli, al primato morale nella Grecia?

Che importa che in mezzo a tutti quei nuovi splendori si prepari sordamente la corruzione morale e politica che crescerà rapida e gigante dopo la morte di Pericle, quando la mano sapiente di lui, che ne ha gittati i germi, non sarà più là per correggerne, e infrenarne almeno lo sviluppo? Che quelle apparenze di prosperità materiale debbano un giorno comparire al giusto Socrate niente più di un'enfiatura marciosa, perchè in mezzo ad essa si sarà spento il senso morale del popolo, divenuto ingiusto ed intemperante?[49]

Che importa che tutti quelli splendori, tutte quelle magnificenze siano il prodotto di una tirannide odiosa[50] sulle città greche, del loro danaro e delle loro spoglie[51] assai più che non delle spoglie e del danaro dei barbari? Che alle feste ed alle allegrezze di Atene faccian lugubre contrasto le stragi e le catene servili di Nasso, di Samo, della Eubea? Che quel fasto, quelle pompe, quei prodigi dell'arte siano il prezzo delle lagrime, del sangue, e dell'odio (notatela la parola, caro Yorick, voi che mi parlate degli amici di Atene) dell'odio, dico, dei Greci!

Che importa, che importa!! «La nostra tirannide ci ha fatti odiosi e gravosi, lo sappiamo; ma è massima antica che il forte tenga il debole in riga: e ancora ci ringraziino se non li tiranneggiamo di più.»[52] L'essere al presente esosi e gravi, dirà Pericle al popolo, è sorte inevitabile di quanti reputarono sè stessi degni di signoreggiare altrui; ma chi per alti fini si attira odio, quegli rettamente si consiglia. Imperocchè l'odio non contrasta a lungo; laddove il subitaneo splendore e la fama avvenire rimane sempre mai memoranda.»[53]

E il popolo batte le mani, il popolo è contento. Atene serve ad un uomo, ma comanda a molte città. È odiata, è corrotta, ma è splendida. Venga pur l'odio! è dolce raccoglierlo all'ombra del Partenone.

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