Vero è che in quella affettazione di sicurezza celavasi alcunchè di forzato e Pericle in fondo non era così tranquillo sulle conseguenze della sua politica come ostentava di esserlo. Nel bel cielo sereno di quella prosperità viaggiano nuvolette annunziatrici di tempesta. Poche repressioni parziali e brutali non bastano a rendere più spontanea la soggezione della Grecia e a far accettare con maggior rassegnazione l'arrogante tirannia dell'antica liberatrice. Atene lo sa e lo sente. Ella comprende che le città greche non le stan più soggette che per la prepotenza dell'armi[54] e confessa a sè medesima che il giorno in cui quella prepotenza venisse meno, quelle se gli volterebbero contro[55]: pericolo e minaccia permanenti. Gli odii da lei soffocati colla forza perdurano latenti e van guadagnando sordamente intorno a lei di estensione e di intensità. Atene pensa con inquietudine al giorno che quel contagio propagandosi avrà stretto le città greche in una tacita lega contro di lei: perchè colla stessa facilità delle repressioni isolate, non le sarà dato estinguere l'incendio fatto generale.
Ma ciò che Atene sente, Sparta, la vigile, la gelosa, l'emula Sparta, lo osserva. L'Olimpio Pericle è inquieto, perchè qualcuno lo sta spiando; perchè sente istintivamente l'occhio di Sparta posato su di lui: occhio in apparenza calmo, immobile, ma a cui nulla sfugge: che studia la situazione e calcola il momento. Sparta d'uno sguardo ha misurato i disegni di Atene, e le resistenze de' suoi sudditi. Quelle resistenze abbisognano di una mano che le aiuti a prorompere, intanto che sono ancor fresche e tenaci e Atene è costretta a difendersene: più tardi, quando Atene avrà rassodato colla forza il suo dominio, elle saranno rese impotenti a farsi vive. Più tardi, Atene, se è lasciata fare, avrà realizzato il suo sogno d'impero assoluto su tutta quanta la Grecia; e sarà tardi per opporsele; chè nella parte soggetta, ella già vien spazzando un dopo l'altro gli ultimi avanzi delle greche autonomie; e le triremi di Pericle van sempre più lontano; e una nuova conquista non aspetta l'altra; e dopo aver soggiogata la Grecia jonica, Atene già intende palesemente ad intaccar la Grecia dorica. Infatti alleata con Argo ha già distrutto Micene; ha messo la mano su Megara; si è impadronita d'Egina; vincitrice ad Enofiti è entrata in Tebe[56]; ha battuto quei di Corinto e di Sicione[57]; ha preso Zante e Naupatto; devastate le coste di Laconia; alleatisi gli Achei. È tempo per Isparta, per la metropoli dorica, di muoversi — e provvedere ai casi proprii.
E certo era naturale che Sparta fosse gelosa di Atene; ma sarebbe stata anche sciocca — e avrebbe smentito la sapienza del suo legislatore — se non avesse approfittato delle occasioni che Atene le forniva per ovviare al pericolo che si veniva realmente avvicinando. Le città greche mordono impazienti il giogo di Atene; anelano a liberarsene, come un tempo dai Persiani; e Sparta, oscurata da Atene nella propria gloria, ferita nell'amor proprio, danneggiata nella propria potenza fra i popoli dorici, minacciata nella propria indipendenza e libertà, — Sparta sarebbe rimasta inoperosa, le braccia conserte, ad attendere che l'emula finisse l'opera incominciata e già condotta sì innanzi?
Era troppo pretendere dalla sua abnegazione.
La guerra tra Corcira e Corinto e le mosse di Atene a Corcira e a Potidea (dove Alcibiade comincierà la sua carriera) segnano a Sparta il momento aspettato. Corinto ricorre a Sparta e Sparta non si fa pregare. La scintilla è accesa e la guerra del Pelopponneso scoppia.
***
Come, con che veste, con che titolo scende Sparta sul campo?
«Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo spesso cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava ansioso il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano dell'Egeo indagava fra i gruppi delle ridenti isolette il numero ognora più grande degli amici e degli alleati d'Atene... d'Atene la miscredente, la scettica[58], che osava inalberare il vessillo della libertà, fondare gli ordini dello Stato sul consenso dei cittadini.... Bisognava trovare un pretesto per metter fine allo scandalo.... E il pretesto fu subito trovato.... Atene durò un pezzo a schermirsi dalla necessità di impugnare le armi contro i vecchi commilitoni delle vittorie sui barbari, ma provocata in mille guise[59], messa colle spalle al muro, obbligata a battersi o a perdere inonoratamente la sua preminenza, scese finalmente in campo, e cominciò la lotta tremenda che doveva finire così miseramente per lei....»[60].
È bella, caro Yorick, è commovente, è poetica questa vostra narrazione delle origini della guerra: ma ahimè! la storia, la nuda, la prosaica storia, sciupa le tinte della vostra poesia e mi guasta maledettamente il vostro racconto.
Certo l'antipatia di razza entrava per qualcosa nelle origini della guerra; v'entrava il contrasto degli ordinamenti politici; non tutto era puro nelle intenzioni della gelosa Lacedemone e l'assegnamento fatto sugli ajuti dello straniero basterebbe a provarlo[61]. Ma quante dunque doveva averne fatte Atene, perchè allo scoppiar della guerra, nell'opinione di tutta la Grecia, le intenzioni di Sparta apparissero nobili, e la sua causa diventasse la giusta!