Io interrogo la storia ed essa mi dice che Sparta iniziava la guerra in nome dell'indipendenza dei popoli greci, in difesa delle greche autonomie.

Interrogo la storia e mi dice che Sparta prendea le armi nel momento che l'ambizione di Pericle, deposta la maschera, camminava diritta ed ardita a far serva tutta la Grecia[62]; che Sparta prendea le armi come protettrice della libertà greca, e accompagnata del libero appoggio, dal plauso e dai voti de' suoi proprj alleati e delle stesse città suddite di Atene.

Questo schierarsi risoluto delle simpatie di tutta l'opinione nazionale greca dal lato di Sparta è un fatto altrettanto incontrastabile e riconosciuto dagli storici[63], quanto poco considerato finora, secondo me, nel suo valore rispetto alle origini della guerra. Noi vedremo più tardi nel corso di questa le città alleate di Sparta rimanerle generalmente fedeli, anco nella contraria fortuna dell'armi; e all'opposto le città tributarie di Atene ribellarsi e passare a Sparta non appena un qualche rovescio degli Ateniesi o qualche altra vicenda della guerra ne fornisca loro l'occasione[64]. Un giorno son quei di Eritrea e di Chio, della fedele Chio, che si rivoltano; un altro giorno i Milesj; un altro i Rodii, gli Abideni, i Bizantini, gli Eubei[65]. Questo fatto, caro Yorick, che influirà sull'esito finale della guerra, assai più della defezion d'Alcibiade — da voi reputata sola causa del disastro — questo fatto mi pare valga la pena di tenerne conto, prima di dipingermi, come fate, la mistica, la feroce, la despotica Sparta che esce dal chiuso del suo covile per uccidere in Grecia la libertà. O come mai allora ella si trova aver tutta la Grecia per complice? Alla libertà i Greci di quel tempo ci tenevano pure qualche poco, e la loro opinione — nel giudicar da che parte stessero o almeno prevalessero il diritto e la giustizia — la loro opinione di interessati e competenti in causa mi sembra debba pure pesar per qualche cosa; magari, se lo permettete, qualche cosa più della vostra e della mia.

***

Se fosse qui il caso d'intercalare un confronto storico, (anche per far la parte, caro Yorick, a ciò che havvi di vero nei giudizî vostri) direi che la fisionomia della guerra del Peloponneso offre una singolare analogia con quella della guerra di liberazione che sul principio del nostro secolo finiva a Lipsia e a Waterloo. Napoleone I rappresenta ben Pericle, come la Francia democratica serva dell'uno, rappresenta la democratica Atene serva dell'altro: tutti e due han dato, l'uno alla Francia, l'altro ad Atene, la gloria e il triste vanto di tiranneggiar sugli altri, in compenso della perduta libertà. Atene trascina per forza nella guerra le città alleate tributarie Chio, Samo, Lesbo, ecc., come il primo impero vi trascina, legati per forza alla fortuna delle sue bandiere, i soldati d'Italia e della Confederazione del Reno. E contro Atene la colta, la gentile, la democratica, si leva la rozza, l'aristocratica Sparta; contro la Francia imperiale, la splendida erede degli Enciclopedisti dell'89, si levano l'aristocratica Inghilterra, la Germania feudale e patriarcale, la Russia semibarbara. Naturalmente la Santa Alleanza pensava e mirava a qualche cosa d'altro, oltre la liberazione e la fratellanza dei popoli iscritte nella sua bandiera; ma chi negasse che la guerra del 1813 non fosse per la Germania una guerra di liberazione; che non fosse splendido l'entusiasmo divampante dai palazzi ai tugurî che suscitava come un solo uomo i popoli tedeschi contro l'invasore; che non fosse giusta la causa santificata dagli inni e dal sangue di Körner, costui negherebbe la storia. Il disastro di Sicilia e il disastro di Russia annunziano alla Grecia serva di Atene, all'Europa serva della Francia, l'ora propizia della libertà. I confederati del Reno disertano le odiate bandiere sul campo di battaglia come i confederati Joni disertano da Atene. Le defezioni e le cospirazioni interne completano il quadro, e dentro Parigi come dentro Atene preconizzano e affrettano la catastrofe: qua Francesi che preparano la ristaurazione e cospirano con Wellington e con Blücher; là Ateniesi che instaurano l'oligarchia e cospirano collo Spartano; qua le trame di Marmont e di Fouché, là le trame di Pisandro e di Antifonte[66]: tristi, ignobili spettacoli entrambi, ma frutti della spossatezza generale, del bisogno di pace, della reazione dei tempi. E il giorno che le due catastrofi succederanno, che sotto i colpi della coalizione esterna e delle interne congiure cadranno i due imperi, alla distanza di ventidue secoli i popoli manderanno lo stesso respiro più libero, alzeranno lo stesso grido di soddisfazione e lo saluteranno egualmente come un giorno foriero di libertà. Verranno poi gli storici al minuto, abituati a veder le cose in piccolo, e, dimenticando le grandi leggi della storia, attribuiranno a piccoli episodii le due grandi cadute; qua al tradimento di Grouchy a Waterloo, là alla defezion di Alcibiade, al tradimento dei capitani in Egospotamos. Intanto la storia, guardando dall'alto, dirà che i due imperi caddero per legge fatale di eventi: perchè l'opinione del tempo e la congiura dei popoli stavano contro di loro. Vero è che i popoli saranno delusi nelle loro speranze, perchè all'indomani della vittoria i vincitori avran dimenticate le loro promesse: e la egemonia di Sparta, fatta tirannica, infierirà nella Grecia dopo Egospotamos, come la reazione imperverserà sull'Europa dopo Waterloo. Ma alla umiliazione della Francia sotto l'asta del Cosacco come a quella di Atene sotto la verga dei Trenta, sopravviveranno gli splendori del genio di entrambe; e le due grandi decadute, pure espiando i loro errori, conserveranno il loro posto nella storia della civiltà.

Non è però ancora una ragione perchè la storia non sia severa e imparziale anche con loro, e non constati in quei loro errori la vera causa delle loro catastrofi.

***

Voi mi parlate degli amici di Atene! Ma allo scoppiar della guerra, lo abbiam veduto, Atene non ne aveva di amici! Avea città suddite che la seguivano per forza, e da cui sapevasi e da cui confessavasi odiata.

Mi parlate delle provocazioni di Sparta! Certo Sparta fu quella che mandò prima le intimazioni[67]; ma ciò riguarda il principio materiale della guerra[68]: e Atene non aveva aspettato fin allora per far capire dove miravano le sue conquiste, e far sapere ai popoli dorici la sorte che li aspettava. Ho già ricordato più sopra i suoi colpi di mano su Megara, Corinto, Egina, Tebe, Sidone, Naupatto. Sparta trae la spada dal fodero all'ultimo momento, quando il pericolo ai Dori sovrasta imminente[69] e i suoi confederati già le rimproverano altamente gli indugi[70].

***