Del resto a mostrar come Sparta rappresentasse realmente in quella lotta la difesa delle autonomie greche, basta uno sguardo di confronto alle due confederazioni avversarie. La jonica, come mostrai, non ha più di confederazione che il nome, ad ironia: le città greche tributarie si trovano in faccia ad Atene nello stato di servitù (δουλεία) come Nasso, o di schiavitù (ἀνδραποδισμὸς) come Ejone, o come Sciro: quelle che serve addirittura non sono, pur serbando le forme democratiche, obbediscono a soprastanti ateniesi (ἐπίσκοποι, φύλακες), dipendono da Atene pei tributi, per le leggi, pei giudizî, per le navi, per tutto, la seguono nelle imprese militari, senza alcun diritto nè di consiglio nè di voto. E Atene decreta la guerra senza pur degnarsi di interpellarne i confederati.

Nella confederazione dorica è tutto all'opposto. I confederati, dalla egemone Sparta all'ultima città, conservano nella lega la loro piena autonomia, si governano ognuno secondo le patrie leggi. Autonomi i giudizi in ciascuna città; delle contese fra alleati decide non l'egemone, ma l'oracolo di Delfo o una città qualunque scelta arbitra dai contendenti. La pace, la guerra, gli altri interessi comuni, trattati e decisi in comune assemblea, che la egemone convoca, ma la cui convocazione può essere chiesta dalle città; e nell'assemblea, parità di voto per ogni città confederata, dalla più grande alla più piccola: obbligatorie le decisioni della maggioranza. Gli alleati non pagano a Sparta nessun tributo: ma, a guerra votata, uno dei due re di Sparta ha il comando supremo delle forze, e ciascun confederato contribuisce il suo contingente stabilito di provvigioni, di denaro, di soldati e di navi[71]. Naturalmente, in quella lega così stabilita sul piede di un'assoluta eguaglianza, l'unione tra i confederati era vieppiù cementata dalla spontaneità dell'adesione, dalla libertà del voto, dalle affinità di sangue e dalla somiglianza delle istituzioni, foggiate dal più al meno a repubblica aristocratica, secondo l'indole e il genio delle razze doriche.

Questa la grande tirannia con cui Sparta si fa innanzi a nome dei Greci, sullo scoppiar della guerra![72] E non vi si decide se non dopo che l'assemblea delle città confederate a maggioranza di voti l'ha per ben due volte decretata[73]; e incaricata di dar corso al decreto, tenta prima se mai l'apparato delle forze basti a smuovere Atene da' suoi disegni; reclama libera Potidea, libera Egina, revocato il decreto contro i Dori di Megara. E poi che Pericle risponde con ripulse superbe, qual'è l'ultimatum della tirannica Sparta?

«Vogliono i Lacedemoni la pace: e si avrà, se lascerete che i Greci vivano indipendenti, e si governino colle proprie leggi.»[74].

È onesto, è giusto; ma è precisamente quello che Atene non può accordare e non accorderà. Perchè la sua nuova grandezza, le sue ricchezze, il suo commercio, sono il frutto della sua tirannia, ed essa ormai vive necessariamente di questa; perchè gli odj che la tirannide le ha attirati, se appena la tirannide rallentasse, scoppierebbero[75]; perchè rendere ai Greci la libertà significherebbe per lei restar sola e decadere dal primato.

La sua politica è netta, ed è logica; e le sue risposte sono degne della sua politica.

— Sì, è vero, il nostro imperio è tirannico; ma or che l'abbiamo, il timore e l'utile ci prescrivono di tenercelo[76].

Sì, è vero, la nostra tirannide è odiata: ma è massima costante che il forte detti la legge al debole[77].

Sì, è vero, abbiam tolto ai greci alleati il diritto di reggersi colle leggi proprie; ma essi devono ringraziarci se dal nostro grado ci abbassiam fino a loro, e se nei litigi facciam loro l'onore di giudicarli colle leggi nostre![78]

È vero, è verissimo, abbiam tolto loro la libertà; ma essi devono esserci riconoscenti se non li privammo di maggiori beni.[79]