Così risponde Pericle; rispondono a Sparta gli inviati di Atene; di questa povera, innocente, virtuosa Atene, ingiustamente aggredita, provocata in mille guise, messa colle spalle al muro, che ha impietosite le viscere — pietose sempre — di Yorick! Risposte, nel cinismo, incredibili, se uno storico ateniese e contemporaneo — il più rispettato e il più autorevole degli storici antichi — non ce le avesse conservate — e se le opere non avessero fatto fede delle parole!

Son questi i nuovi principj, le nuove idee di fratellanza e di patriottismo che la Atene di Pericle annunzia al mondo greco; questa è la missione di libertà, di giustizia, di uguaglianza, che la repubblicana Atene, l'antica liberatrice, inalbera e proclama innanzi alla Grecia, cinquantasette anni dopo Maratona, quarantotto anni dopo Salamina, quarantacinque anni dopo il patto fraterno giurato in Delo!

Ah, la politica materiale di Pericle ha già ben lavorate le coscienze ateniesi, ha già ben trasformato i rigidi repubblicani! Il carattere ateniese è ben mutato dal giorno che i padri, sul campo di Platea, offrian di cedere al Tegeati il posto d'onore, niun'altra gara chiedendo che di fortezza e di virtù![80]

Una profonda rivoluzione morale evidentemente si è già compiuta all'ombra dei magnifici monumenti del secol d'oro; e alla distanza soltanto di mezzo secolo, un abisso separa due periodi della vita e della storia della stessa città. Ma l'autore di quella rivoluzione non arriverà in tempo a vederne tutte le conseguenze morali e materiali: fortunato ancora, egli non vedrà che l'alba dei giorni tristi che la sua mano ha preparato ad Atene, e morirà ancora in tempo per potersi gloriare dei giorni di splendore che le ha procacciati. Egli morirà in tempo per potersi illudere, dal letto di morte, sul giudizio e sulla severità della storia; egli, il più grande certo e relativamente il più onesto, fra quanti corruttori di popoli si sian mai fatti grandi, sagrificando all'utile il giusto. Il ricordo delle sue glorie verrà solo a visitarlo al capezzale: eppure forse sarà un rimorso e un presentimento segreto, sarà un segreto bisogno di farsi perdonare qualche cosa dai suoi concittadini e dai posteri, quello che morendo lo spingerà a reclamare, per la memoria del suo nome, fra tante glorie, una sola:

«Nessun Ateniese, per cagion mia, non si è mai vestito a bruno.»

Parole sante. Ma la storia non le accetterà. Essa accorderà a Pericle il suo posto nel Panteon: ma fra i colpevoli illustri. Perchè il pervertimento lento, blando del senso morale, dell'anima di un popolo, è colpa più triste delle violenze e degli eccessi della tirannide brutale. Questi hanno già in sè ed affrettano da sè stessi il rimedio: quello lascia più lungo e più funesto il suo solco nel tempo. Atene sorge più balda, più forte dalla tirannide sanguinaria di Ippia: ma il veleno lento di Pericle la consegnerà morta al Macedone. Da Tarquinio v'è appello a Bruto: ma dalla corruzione del magno Cesare, si va diritto a Comodo e a Caracalla.

Nel nostro secolo, che ha visto difendere tutte le tesi, si doveva veder difesa — che dico? malamente copiata in trono — anche la politica di Pericle. Grote, il principe degli storici della Grecia, andrà ancora un passo innanzi, e secondando lo spirito ardito di critica innovatrice che ha invaso le regioni della storia, intraprenderà la difesa anche dei demagoghi successori di Pericle, e prenderà sotto il suo sapiente patrocinio Cleone il conciapelli e i suoi illustri colleghi. Ma la morale resta una sola sotto tutte le forme politiche, e formula le sue condanne, anche dopo tutte le scoperte della critica sapiente ed erudita[81].

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Malamente copiata in trono — ho detto dianzi: e certo sarebbe uno studio interessante quello di chi, senza fermarsi a Cesare, nè ad Augusto, nè a Leone X, nè a Cosimo o Lorenzo de' Medici, nè a Luigi XIV, cercasse i punti di confronto tra il figliuolo di Zantippo e il suo infelice imitatore morto in esilio a Chislehurst. Entrambi arrivano al potere puntellandosi sulla democrazia. Entrambi si accattano popolarità, ostentando zelo per il benessere delle classi inferiori, e facendo al bisogno del socialismo di falsa lega. L'uno spazza via l'opposizione cogli ostracismi, l'altro cogli esilii e le deportazioni. E l'uno e l'altro fanno il popolo rassegnato alla perdita delle sue franchigie, adescandolo coi vantaggi materiali, e paralizzando le virtuose resistenze col contagio della venalità. L'uno mette a prezzo tutti gli uffici della sovranità popolare; l'altro apre mercato di impieghi, dallo stallo del senatore e del consigliere di Cassazione all'ultimo dei sostituti Procuratori. Là senatori a una dramma il giorno, qui senatori a trentamila lire l'anno. Là un'assemblea venale, qui un Corpo legislativo cortigiano. Là eliasti venali, qui giudici compiacenti e servili.

E all'uno e all'altro abbisogna il lustro dell'armi. Quello assolda per la prima volta la milizia, e colla lue dei mercenari corrompe nell'esercito le tradizioni pure ed eroiche del patriottismo; questo satolla l'esercito di favori, di paghe e ne dissocia gli interessi e gli affetti dagli affetti e dagli interessi del paese.