Intanto l'uno si vanta che, se dipende da lui solo, i suoi concittadini ponno far conto di vivere sempre immortali[82]. L'altro rimette la formula a nuovo e annunzia che l'impero è la pace.

Ciò non impedisce naturalmente agli Ateniesi di morire nelle spedizioni lontane del Chersoneso e del Ponto Eusino, a Samo, a Tanagra, a Sidone, nell'Eubea; e quanto alla pace dell'impero, essa pianta i suoi ulivi in Crimea e in Africa, nel Messico e in Cocincina, a Gravellotte ed a Sedan.

Ma per giungere al primato materiale anco un po' di prestigio morale, di influenza morale sui popoli non guasta. Qualche bella iniziativa pacifica od umanitaria, a tempo e luogo, è tanta polvere eccellente nell'occhio dei popoli. Per alzar l'animo del popolo a pensieri più grandi,[83] (intanto che lavora a farne la libertà un po' più piccola) Pericle invita ad un congresso in Atene tutti gli Stati greci dell'Europa e dell'Asia, tutte le città grandi e piccole, per consultare in comune sui sagrifici agli Dei, sulle cose del mare, sui modi di provvedere alla sicurezza della navigazione, del commercio, alla conservazione della pace. Ventidue secoli dopo, il Napoleonide trova l'idea ancora ottima; e siccome anch'egli ha bisogno di dare alla Francia qualche soddisfazione morale in cambio delle tante di cui l'ha privata, così anch'egli bandisce il suo bravo congresso, e invita i Potentati a Parigi per discutere sui mezzi di assicurare ai popoli la pace e la prosperità. E come in illo tempore gli staterelli più piccoli tra i Greci — i piccini sono sempre di buona pasta — così fan ressa ad accettare i sovranelli europei; ma Sparta capisce il latino — anzi il greco — di Pericle e gli manda sul più bello il suo congresso in fumo; la Prussia capisce il francese delle Tuileries e manda l'altro congresso a farsi benedire.

Dai fiaschi morali però c'è sempre ricorso alle rivincite. Pericle si consola del fiasco del suo congresso, colla guerra sacra — la spedizione a Delfo — e il Napoleonide del fiasco del suo, con un'altra guerra sacra — il secondo intervento a Roma. Pericle va contro Delfo in odio di Sparta,[84] perchè questa ha la strana idea di pretendere che Delfo, la città santa, appartenga ai Delfiesi; Napoleone va contro Roma in odio di Bismark, perchè sospetta la sua zampa dietro quella di Garibaldi, e trova assurda la pretesa che Roma, la città santa, appartenga ai Romani.

È vero che la pietosa Eugenia di Montijo soffia nel fuoco; la mano gentile di una donna dirige nelle Tuileries il mestolo della politica e spinge il compiacente marito a sperimentare sui volontarj le meraviglie dei nuovi Chassepot. Era probabilmente per non invidiar nulla ad Aspasia, l'antica e gentile mestatrice politica, consigliatrice dell'olimpico marito; ad Aspasia, per le cui istanze e per compiacere alla quale[85] Pericle anch'egli si risolve alla iniqua spedizione contro Samo, e va a sperimentare su quei poveri isolani che difendono la loro libertà, le nuove macchine guerresche di Artemone «la novità delle quali recava perfino meraviglia a lui stesso»[86]!

Inique meraviglie; esperimenti infami: d'accordo. Ma intanto, di impresa in impresa, la gloria delle armi sorride al genio del figlio di Zantippo e alla fortuna del suo coronato imitatore. Atene e la Francia servono ad un uomo; ma il loro orgoglio nazionale è soddisfatto. Al di fuori la gloria delle armi e il primato fra i popoli le compensano entrambe della perduta libertà. Al di dentro, la prostrazione morale dei caratteri è nascosta sotto uno strato di prosperità materiale. I due despotismi camminano entrambi per le stesse vie; spargono entrambi sui loro passi il vizio colle sue magnificenze, perchè sia semenza di servi. Chiamano complici entrambi dell'opera le Muse, perchè la loro presenza dissimuli la scomparsa della gran Dea che se n'è andata. Atene e Parigi, divenute belle, magnifiche, grandiose, vedono rifiorir l'era degli artisti e dei letterati, delle lorettes e delle cocottes. La casa di Pericle e di Aspasia ha per succursali l'Academia e i tempj di Venere etéra; i ricevimenti delle Tuileries completano le sedute dell'Istituto e i balli di Mabille. Si assiste alla efflorescenza delle menti e alla depravazione dei costumi; le arti sono in rialzo e le coscienze sono in ribasso.

E in mezzo a tutto ciò, ad Atene come a Parigi, una irrequietudine vaga, incessante, prodotto di una quantità di cattivi umori che la tirannide ha fomentato, di cattivi istinti che essa ha accarezzato; un senso indefinito, profondo di malessere, il senso della mancanza di qualche cosa, che lascia il popolo insoddisfatto, che sveglia incessantemente in lui desiderî, rancori, memorie, passioni, a cui bisognerà pur trovare uno sfogo, perchè non diventino un pericolo. Atene, malcontenta fra i suoi splendori, guata il Peloponneso; la Francia, malata in mezzo alla sua opulenza, adocchia il Reno. Antipatie di razza, ad arte fomentate, aizzano le funeste cupidigie; e le due tirannidi, felici di aver trovato al di fuori questo potente diversivo ai pericoli di dentro, slanciano i due popoli a cuor leggiero sulla via delle grandi catastrofi e delle grandi espiazioni. E nel secolo V avanti l'Era volgare come nel secolo XIX il mondo assiste egualmente all'identico spettacolo di un popolo elegante, spiritoso, ciarliero, leggiero, vivacissimo; banditore un giorno di libertà agli altri, incapace a serbarla per sè; democratico di principj, arrogante di fatti; rappresentante di una civiltà splendida, raffinata, ma corrotta, snervante, dissolutrice della famiglia e del senso morale; di questo popolo che si scaglia ad un duello tremendo contro una stirpe ruvida, tarda, riflessiva, austera, fatta gagliarda dalla ferrea disciplina, dalla severità del costume, dal culto religioso della patria e della famiglia; più che sobria di parole, lenta, ponderata al risolvere, tenacissima all'opere. E perchè il riscontro sia più completo, tutte e due le volte è la nazione democratica che provoca alla lotta colla prepotenza; ed è il popolo cresciuto nella tradizione autoritaria che prende l'armi a difesa della sua indipendenza minacciata. L'urto è terribile e le vicende dei due conflitti son diverse, ma l'esito finale è il medesimo; perchè è forse scritto nelle leggi segrete della storia che agli stessi errori dei popoli presiedano gli stessi castighi. Il calcolo la vince sulla leggerezza; la disciplina sull'avventataggine, la scienza militare sulla presunzione, Lisandro su Tideo. — La ignoranza superba dei generali d'Atene in Egospotamo dà l'esercito ateniese, quasi senza colpo ferire, tutto quanto prigione in mano di Lisandro, e l'incapacità vanitosa dei marescialli consegna a Moltke gli eserciti della Francia. Lisandro entra ad Atene e Moltke a Parigi. La grandezza politica dell'Atene di Pericle finisce nella umiliazione di Lampsaco, la potenza del secondo impero nel fango di Sedan; e i due popoli espiano ben duramente la complicità morale coi loro padroni, nella provocazione della lotta spaventosa.

Atene, tornata libera e datasi ai demagoghi dopo la morte di Pericle, avea continuato nondimeno la guerra, come la continuò la Francia tornata repubblicana dopo caduto Napoleone III. Ma gli uomini erano scomparsi, e le conseguenze della loro opera restavano; ed erano queste — appunto queste — che rendevano ai due popoli non iscongiurabile il destino.

***

Però Atene fu assai più tarda a subirlo, e potè lottare contro di esso per ben trent'anni: e perchè potentissima la sua marina, e perchè troppo diverse le circostanze e i metodi di guerra; e perchè in tempo la sovvenne il genio militare di Alcibiade: e perchè infine lo stato di Atene, quando Pericle morì, era ancora lungi dall'essere così fracido come lo stato della Francia alla caduta di Napoleone III. I germi, i fattori della dissoluzione sociale e morale che doveano portar lo stato alla rovina, Pericle pur troppo ve li avea deposti già tutti e alimentati da un pezzo: ma, come dissi più addietro, essi avean trovato lui, vivente, un correttivo nella sua moderazione, nel suo genio, nella sua stessa onestà relativa: era alla morte di lui che essi dovevano trovare il loro pieno e tristo sviluppo, invadere senza ritegno e corrodere dalle radici tutto quanto l'organismo politico e sociale dello Stato. Ciò dovette esigere qualche tempo: ma i risultati dovettero esserne ugualmente ben terribili, perchè nè la marina potentissima, nè il genio di Alcibiade non bastassero più neppur essi a scongiurarli, e Atene dovesse un bel giorno cader in mano del suo nemico come una pera fracida distaccata del ramo.