E alla morte di Pericle che troviamo la demagogia ateniese, come un pupillo malamente educato ed uscito in mal punto di tutela, impaziente di rifarsi dei suoi quarant'anni di inazione perduti; tanto più avida di far valere, per dritto o per traverso, la sua sovranità, quanto più priva per il lungo disuso e per la indecorosa abdicazione di tanti anni, delle virtù necessarie al suo esercizio; provvista di tutti i mezzi, di tutti gli incentivi di corruzione che Pericle le ha posto in mano, senza saperli, come lui, indirizzare a qualche altezza di fini politici;[87] prorompente sfrenata e vanagloriosa dappertutto, spargente dappertutto il contagio dei vizi che la sapienza di Pericle le ha inoculati, ma già abbastanza lontana, per distanza di tempo, dalle grandi tradizioni del principio del secolo, perchè il riflesso ne arrivi come un rimprovero sino a lei, e le imponga almeno il pudore del rispetto per la memoria delle antiche virtù.
È in quest'epoca che si svolge il mio dramma — e le leggi austere e i costumi virtuosi dell'epoca solonica quanto sono già lontani, quanto sono lontani da lei!
E l'epoca di cui abbiamo le informazioni in Aristofane, in Tucidide, in Platone, in Senofonte, in Isocrate, e nelle lettere di Alcifrone e nei Caratteri di Teofrasto: di cui possiamo chieder conto allo stesso Demostene; perchè sebbene ei sia vissuto nel secolo dopo, il periodo morale e storico è uno solo e medesimo: le piaghe morali che danno Atene in mano al Macedone sono le stesse che l'han data in mano di Sparta: e son già tutta roba ereditata dai contemporanei di Socrate i bei progressi del costume fulminati dall'eloquenza del Peanese[88].
Le Assemblee del popolo — ormai cessate negli ultimi tempi di Pericle (da che egli non avendone omai più bisogno, avea trovato più comodo di farne senza) — richiamano di nuovo il popolo in folla, colla raddoppiata avidità de' tre oboli. — Ma la nuova tèmpra del costume ha reso già troppo incomode e viete le prescrizioni di Solone, che pretendeano escludere dal foro gl'indegni, gli oziosi, i rotti ai vizi, e sottoporre a sindacato la moralità degli oratori. Tanto varrebbe spopolar le adunanze. Anzi, al contrario, da che i vizi hanno invaso tutto, i peggiori, i più corrotti son quelli naturalmente che più gridano, più si danno attorno, più spadroneggiano nell'Assemblea. Una moltitudine pigra, cianciatrice, avara, ingorda di salarj[89], venuta su nell'ozio e nelle tristi abitudini dell'ozio[90], ascolta oratori, senza onestà e senza meriti, rotti a ogni bruttura, a ogni mercato[91], ladri dell'erario[92], corrotti e corruttori, dediti alle ambizioni più basse e all'adulazione più servile[93]. Siam lontani dal tempo che la legge puniva i venali, i ladri, i corruttori, d'infamia e di morte: oggi gli oratori in voga, i capi del popolo, i beniamini dell'Assemblea si chiamano Cleone che ruba a man salva i talenti dell'erario, e Iperbolo le cui laidezze arriveranno a disonorar l'ostracismo. Oggi non si tratta più per gli oratori di dar giusti e sapienti consigli per il bene della città; si tratta di salire in alto, mendicando suffragi per le piazze[94] e raggirando il popolo colle arti de' sofisti; perchè ora sono i sofisti — eviratori di menti e di caratteri — che da Pericle in poi tengono il campo, e il nuovo gusto del popolo vuol oratori usciti dalle loro scuole. Egli non vuol più che bei giuochi di parole e adulazioni ben condite. Non va più allo Pnice per sentirsi rampognare o far la predica da un Aristide o da un Cimone: ma per essere spettatore di discorsi[95] che siano bene declamati e gesticolati, o di buffonerie che lo tengano di buon umore: e ride e batte le mani al ciarlatano Cleone che entra già ubbriaco all'assemblea, avvisando il popolo ch'egli non ha tempo di parlar d'affari, e che differirà la seduta a un altro giorno perchè ha invitato degli amici a pranzo.
La lotta di influenza tra gli oratori ridotta gara di smancerie: a chi più basso, adula il popolo, lo liscia di più.[96] Il resto lo fa il danaro. La corruzione regola i voti, crea le improvvise fortune.
«Ora tutto come in mercato sta a prezzo ed è scambiato da passioni che già appestarono la Grecia: avara sete di mancie: riso a chi la confessa: perdono al convinto: e tutte l'altre necessità di corruzione.»[97]
«Una volta i convinti di corruzione eran dannati nel capo; ora vengono eletti generali.»[98]
Una volta s'ammiravano le case modeste di Temistocle e di Cimone: ora i poveri, venuti da jeri agli affari, andar in cocchio a tiro due;[99] «alzar case più sontuose e superbe de' pubblici edificj, comprar sì vaste distese di terreno, che neppur sognando l'avrebbero potuto sperare.»[100]
E non il foro soltanto ma i tribunali or sono teatro a' mercati. I cittadini a frotte abbandonano le officine, i ginnasj, per correre all'Eliea, poi che la mancia del dicastico è stata portata da un obolo a tre:[101] addio sane ed oneste abitudini del lavoro; la manìa dei giudizj moltiplica i processi, le condanne: la plebe, invasa dalla epidemia litigiosa, è tutta una vasta confraternita di triobolisti[102]. La vita del cittadino è un perpetuo conflitto legale: non passa dì, tranne le feste, ch'ei non sia occupato d'affari legali, o come giudice, come parte, o come procuratore, o come testimone[103]. Non vede, non pensa, non parla che di processi; «di notte non dorme e se chiude gli occhi un pocolino, la sua mente vola intorno alla clessidra dei giudizj; nel sonno sogna aver in mano il ciottolo dei voti, e scrive sulle porte: Bello è il bossolo dei voti. Se il gallo canta in sulla sera, grida che si è lasciato corrompere per isvegliarlo, e ha preso danaro dagli accusati. Dopo cena, corre al tribunale; sul far del giorno corre al tribunale, ci dorme appoggiato a una colonna, e tira dormendo lunghe righe in segno di condanna; in tal modo vaneggia e ha sempre la mente rivolta a quel suo giudicare[104].
E la manìa dei giudizj sviluppa naturalmente la manìa delle accuse: fioccano le false denunzie, pullula d'ogni parte — nuova piaga del senso morale — la ignobile genìa dei sicofanti. Un triste, incessante, sospettarsi a vicenda: e più sospettar di coloro che più si tengono appartati dal contagio de' costumi; già si mormora di Socrate perchè s'astiene da' giudizi e dal foro[105]. Se altre accuse mancano affatto, ci son quelle di irreligione o di cospirazione, che non mancan mai.