«L'accusa di cospirar per la tirannide è fatta più comune della carne salata. Se alcuno compera triglie e lascia le sardelle, tosto grida colui che lì presso vende le sardelle: sembra che costui di tali viveri provvedendosi, abbia in animo di farsi tiranno. Se alcuno poi chiede un porro per condire le acciughe, l'erbivendola, guatandolo coll'occhio del porco, gli dice: dimmi un po': tu chiedi il porro: vuoi forse farti tiranno?»[106]

E quel che avanza di tempo ai giudizj e alle condanne, le feste e gli spettacoli se lo portan via. Il diobolo di Pericle fa furore, e il popolo è sempre più puntuale nell'esigerlo. Altro che i tempi in cui rinunziava ai danari del Laurion per provveder di navi la città! Ora in un giorno delle Dionisiache, in ecatombi di buoi per un banchetto popolare, l'Erario spende l'importo di intere spedizioni navali[107]; or fra poco si bandirà pena di morte contro chi tenterà di stornare per le spese militari i denari delle feste[108]; ora fra poco sentiremo Demostene prorompere indignato: Voi popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, più non siete che schiavi: e tanto sol che vi snocciolino il denaro degli spettacoli o vi ingoffino di un pezzo di bue ne fate gran festa; così incatenandovi nella patria stessa, vi ammansano ad abbiettezza e servitù: chè non sorge a grandi e generosi sentimenti chi infiacchisce in vili cure, e dai costumi del vivere non van disformi i pensieri.[109]

Infatti, tra quelli ozj, tra quelle baldorie, la fortezza de' padri se n'è andata. La legge, sopraffatta dall'ignavia del costume, non colpisce più come un tempo dei rigori estremi — chè troppi dovrebbe colpirne — i renitenti, i disertori, i codardi, che nelle battaglie fuggirono, abbandonarono l'armi e le schiere[110]. Già sotto Pericle, come accennai, la paga di una dramma a mala pena bastava ad allettare i cittadini poveri all'armi; dopo Pericle, diminuita di due oboli, per sopperire agli scialaqui e ai vuoti dell'erario, e ridotta a quattro oboli soli, non basta più. In fuor di quelli che non han proprio altro modo di procacciarsi il vitto[111], la ripugnanza alla milizia si va ogni dì facendo più estesa; invano le liste di leva dei cittadini sono affisse alle statue degli eroi; è di forestieri, di mercenarj traci, tessali, cretesi ed acarnani che bisogna riempir per forza i vuoti delle falangi e delle triremi[112].

Nè già i ricchi fan fronte al contagio: chè come i poveri ricusano il servizio, ed essi ricusano il denaro delle triremi[113]: alla guerra poi non amano andarci, perchè troppe mollezze li adescano nelle case, e in campo rifuggono dal trovarsi colla ciurmaglia de' mercenarj. Frattanto illanguidirsi ogni spirito di emulazion militare; ogni gara di valore; più frequenti in battaglia gli esempj di codardia, non puniti tutt'al più che da qualche motteggio de' comici[114]; moltiplicarsi invece in ragione inversa, e prodigarsi a piene mani, e immeritati, gli onori, le ricompense serbate in antico solo a' fortissimi; d'altrettanto scaderne lo allettamento ed il pregio; incapaci ed indegni salire spesso a' primi gradi dell'armi[115]; indi affievolirsi la disciplina, la fiducia, e tutte le virtù che in campo fanno valente il soldato, e le armate salde e poderose.

E intorno intorno a questo quadro di costumi publici, la brutta cornice de' costumi privati: una licenza, una oscenità di modi, di linguaggio, di usanze, così laidamente sfacciata, che Aristofane per flagellarla è costretto a far uso di altrettanta sfacciataggine[116]; rotti i vincoli della famiglia; i giovani spendere tutto il dì per le bische e per le case di suonatrici di flauto[117]; l'adulterio, il concubinato, sottratti ai rigori delle leggi antiche, liberamente, publicamente ostentati; comune usanza de' mariti il publico trescar colle etere; e queste — bandite da Sparta — qui cresciute di numero, di fasto, di importanza, occupare sole il posto serbato alla donna nella società; le mogli — laggiù a Sparta così influenti e rispettate — qui fatte arredi di casa, appartate da ogni vita sociale, confinate in fondo a' ginecei, a lavorar di conocchia e di cucina, e là nelle lascivie riscattarsi della perduta libertà[118]; lenoni, buffoni, barattieri, sofisti, parassiti, — non più ministri di riti sacri, ma scrocconi di mense profane — invadere i trivii, le piazze, le case, rallegrar l'orgie de' voluttuosi Calocágati, spargere fra il popolo la scioperataggine e le dissolutezze delle classi più ricche, spargere fra i ricchi la trivialità e le sconcezze della plebe.

Questa l'epoca. I fatti, le stragi di Melo e di Scione; il bando di Alcibiade; la condanna dei capitani delle Arginuse; la condanna di Socrate. La conclusione — per il momento Egospotamo: più tardi Cheronea.

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E poichè l'epoca era tale, e tutte le eleganze fiorite della vostra prosa, caro Yorick, non valgono a cambiarla — io, repubblicano, amante della mia fede e credente nel suo avvenire, non auguro alla repubblica del mio paese nè di alcun altro i progressi morali di quel periodo della repubblica ateniese.

Sono stato ingiusto io dunque, nel mio dramma, verso Atene? bugiardo in faccia alla storia?

Ma come crederlo, quando voi per il primo siete costretto a darmi ragione e ridotto a non poter sostenere la vostra tesi altrimenti che con curiosi anacronismi, con una strana confusione di tempi e di date, che nessuno storico vi può menar buona, e che ancora non capisco come al vostro acume storico possa essere sfuggita?