Come crederlo, quando voi stesso, per dar le prove della vostra affermazione, siete costretto a risalire ad un periodo che non ha nulla, nulla di comune col periodo del dramma mio; e le vostre prove me le andate pescando in un'epoca la cui grandezza morale e le cui virtù formano appunto il rimprovero più eloquente alla ignavia dei tempi che il mio dramma dipinge?

Io attacco i costumi dell'età di Alcibiade: e voi, per difenderli, che cosa mi rispondete? Ah, sentiamovi un po', che val la pena:

«Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran movimento nazionale che respinse l'invasione di Dario! Che meravigliosa costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo nella cacciata di Serse, proprio allora (proprio davvero? adagio Yorick!) che Atene teneva in Grecia il primato delle armi, delle lettere, delle arti!... Come si battevano bene i demagoghi ateniesi e quante volte la salute della Grecia fu dovuta alle sanguinose vittorie di quella democrazia turbolenta e ciarliera!... Lo dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei versi di Pindaro quali fondatori della greca libertà; lo dicano i guerrieri di Salamina e di Platea, trionfatori della possanza persiana, dopo che le sorti della Grecia erano cadute con Leonida e co' suoi Trecento nella funesta stretta delle gole tessaliche! Un pover'uomo che non sappia tutte queste bellissime cose deve tornarsene a casa singolarmente turbato nell'anima dalla lezione di storia sceneggiata dal sig. Cavallotti.»

Ebbene, un pover'uomo che le sappia tutte queste bellissime cose, dirà che tutto questo è magnificamente scritto, ma non è serio, perchè tutto questo si chiama cambiar le carte in mano! Ma chi ve li attacca — che Dio vi benedica! — i vostri eroi di Artemisio, di Platea e di Salamina? Non ho io speso fin qui tante pagine (il mio amico carissimo, l'editore Rechiedei, che sa il suo Cornelio a memoria, mi assicura anzi che sono fin troppe) non ho io speso tante pagine ad esaltarli! Certo, all'epoca che essi cacciavano Serse, Atene non teneva proprio un bel niente di tutto quel che voi dite; nè il primato dell'armi, nè quello delle lettere e dell'arti[119]; ma fu per loro virtù che Atene in poco tempo potè alzarsi al colmo della sua grandezza, e ci voleva l'ignavia dei degeneri nepoti per precipitamela!

Ora dunque, se è di quest'epoca che mi parlate, aspettate prima ch'io abbia scritto un Temistocle, od un Aristide, non già un Alcibiade. Se è di quest'epoca e di quegli uomini che mi parlate, non solo io cavo loro di cappello insiem con voi, ma prego voi per il primo a rispettarli un po' di più. Perchè tutte le concessioni che andate facendo al mio dramma, per quella brava gente, diventano tante calunnie; non era, no, non era nè venale, come voi dite, nè inchinevole alla gozzoviglia e ai brutali piaceri del senso, quel popolo che fabbricava le sue navi coll'obolo volontario dei poveri, e le cui leggi — modellate, come voi dite benissimo, sui costumi — punivano di pene severissime i turpi vizj e facevano santi il lavoro e i vincoli della famiglia![120]. E non era no all'epoca di Salamina che Atene vedea tra le sue mura la ignobile vendita degli impieghi e delle dignità elettive al miglior offerente[121] e vi sfido a citarmene, nelle fonti storiche, un esempio solo!

Ma se non è quella l'epoca del dramma mio, oh allora per carità, caro Yorick, tralasciamo di sfondar le porte aperte! Lasciamo alle scuole di retorica i pregiudizî che per lungo tempo non permisero — come ben dice il Cappellina — di vedere dei popoli liberi dell'antichità che il lato grande ed eroico.

Non rivanghiamo le storielle solite sulla rivoluzione francese! Non venite a parlarmi della clemenza dell'Atene di Alcibiade e successori[122]; perchè la strage dei Mitilenesi[123] e gli abitanti di Melo e di Scione passati a fil di spada son là per ismentirvi![124] Non mi parlate dell'assenza delle esecuzioni capitali; perchè i supplizj per il processo delle Erme, e la condanna a morte dei dieci generali colpevoli d'aver vinto in battaglia il nemico, e i supplizj della rivoluzione dei Quattrocento, e la cicuta di Prodico, e quella di Socrate, e quella più tardi di Focione vi potrebbero guastar le citazioni! Non venite a vantarmi la moralità dei magistrati e degli oratori vigilata dall'Areopago[125], perchè già da un pezzo questo sindacato, prescritto dalla legge solonica, l'Areopago non lo esercitava più[126]: da un pezzo Pericle avea messo freno all'autorità e alla vigilanza di quell'incomodo sorvegliatore[127] e ormai da un pezzo Atene vedea gli onori della bigoncia e delle cariche dischiusi a' libertini, ai truffatori dell'erario e ai ciarlatani!

È dunque solo lo spirito militare e patriottico che nell'Atene di quei tempi vorreste darmi per vivo?

«Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe perduto il fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, pochi mesi bastarono ai cittadini della grande repubblica per armare nuove triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti Ateniesi, i molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corsero tutti a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e questa forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione del patriottismo di un popolo intero.»

Così canta Yorick. Ma così non canta la storia. Dalla storia frattanto a ogni buon conto imparo che all'epoca della spedizion di Sicilia lo spirito militare era già così svanito, che per quella impresa, la quale era pur tanto popolare e solleticava tanto le speranze ateniesi, si dovettero adescare i cittadini al servizio alzando di nuovo il soldo militare ad una dramma; e ancora quell'aumento non allettò a mala pena che i proletarj; e di 5100 opliti che Atene potè riunire per quell'impresa a gran fatica, soli 1500 erano opliti di catalogo, cioè delle prime tre classi, iscritti sui ruoli; il resto si dovette comporre di proletarj dell'ultima classe e di mercenarj, come di mercenarj si dovettero in massa riempire le milizie leggiere, e le ciurme delle triremi.[128]