Questo innanzi il disastro di Sicilia: e dopo il disastro? Ah, dopo, poi — state attento, caro Yorick, è l'illustre storico grecista italiano Amedeo Peyron, che parla citando — terminata la spedizione di Sicilia, talmente crebbe la tepidezza degli Ateniesi per le armi, che Isocrate così scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti, ricusiam di militare, abbiamo eserciti mercenarj, composti di uomini esuli, disertori, malfattori, oltraggiatori de' nostri figliuoli, che abbandonano noi, se altri li paghi di più. Noi che difettiamo del vitto quotidiano prendemmo ad alimentare codesti forestieri.» — Ed altrove: «Noi talmente trascuriam le cose attinenti alla guerra, che non andiamo alle rassegne se non pagati.»[129].
Questo era, caro Yorick, lo zelo, era questo il patriottismo degli Ateniesi dopo la catastrofe di Siracusa. Non erano no i molli, gli effeminati, gli oziosi Cecròpidi che dopo il disastro vestiron l'armi o andarono, come voi dite, a curvarsi sul remo; erano le nuove leve di mercenarj della Tessaglia, della Acarnania, che formavano i nuovi eserciti, le nuove flotte; eran forestieri di Caria, di Tracia e di Creta, i soldati a cui Atene confidava tra quei rovesci la sua salvezza!
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Certo, non tutto, non proprio tutto nella città era abjezione. Quegli stessi eserciti di forestieri assoldati, quelle flotte di mercenarj improvvisate, lo furono con una prontezza di consigli e di provvedimenti, con una larghezza di contributi che fece onore alla città. Vi ebbero Ateniesi molti che in quei frangenti udirono la voce della patria in pericolo ed accorsero a combattere per lei.
Certo, anche questo periodo di prostrazione, di dissoluzione morale, appare qua e là solcato, ad istanti, ad intervalli, da fuggevoli lampi delle antiche virtù: a dati giorni, a date ore, questo popolo che degenera ritrova in sè ancora qualcosa della tempra antica, per prendere a tempo una decisione patriottica nell'assemblea, per afferrare a volo una vittoria sul mare, per rialzarsi con isforzi d'animo tra i rovesci della fortuna.
E chi non sa che il genio, la natura di nessun popolo non si ecclissano, non possono ecclissarsi interamente a sè medesimi in un giorno solo? Non v'ha nella storia nessuna epoca così corrotta che qualche raggio di virtù ancora non vi brilli, che qualche coraggiosa e generosa protesta non vi si faccia sentire: a maggior ragione in Atene, dove ogni pietra quasi, ogni lembo di suolo o di marina rammentava esempli fortissimi, tradizioni magnanime, dove passeggiavano ancora sotto i portici, gloriosi di canizie e di cicatrici, gli avanzi dei vecchi che avevano combattuto in Salamina.
Noi assisteremo anche più tardi, alla vigilia della conquista macedone, quando quelle memorie saranno ancor più lontane, a qualcuno di questi sussulti del gigante antico: ma saranno sussulti galvanici, sforzi spasmodici di una vitalità che reca la morte nel seno. Vedremo ancora splendide figure, quasi meteore luminose attraversare il tempo; udremo fra le brutture dell'età tuonare la indignazione virtuosa di Demostene, come un dì calma e mesta sorridere la ironia santa di Socrate. Ma esse appunto varranno a stimmatizzarle, non a redimerle; sarà il buon genio dell'Eliade antica, della gran madre degli eroi, che prima di spirare tra l'ignavia dei nepoti, vorrà svincolare dalla catastrofe la propria responsabilità e il proprio nome — e rimetterà per mano di quei giusti — suoi esecutori testamentarj — la sua protesta alla storia.
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E questa protesta, come la storia l'ha raccolta, così tentai consegnarla nel dramma. Queste ultime voci mandate come un rimprovero da una generazione virtuosa che muore a una generazione corrotta che sorge, m'era parso che il poeta potesse e dovesse raccoglierle; m'eran parse interessanti per la morale della storia e per il contrasto della scena.
Giacchè non è poi niente vero che sian tutti fior di mariuoli quelli che parlano e si muovono nel dramma mio; non è niente vero che della faccia dell'epoca io non abbia guardato che un lato solo — il lato più brutto ed ignobile[130]. S'io non erro, sono due le correnti morali che da capo a fondo traversano il dramma, e intorno ad Alcibiade e dentro di lui. Se io non erro, Socrate, che rinfaccia le virtù del tempo passato, Timone che impreca i vizj del presente, Lamaco ed Eufemo, i soldati valorosi e leali; Timandra, la cortigiana che alla voce del dovere e della virtù presta le lusinghe divine dell'amore, appartengono a una corrente morale diversa, da quella in cui si muovono Tessalo e Cleonimo, e Diocare ed Aminia; e al basso fra il popolo Cimòto, il parassita di buon cuore, segna il punto di contatto fra le due correnti; in alto, fra i patrizî, Alcibiade segna la sintesi delle due età. Infatto, nessuna figura personificò mai nella storia più al vivo, e con più spiccati colori, i contrasti, le lotte intime d'un periodo di transizione; l'influenza di Alcibiade tra i suoi contemporanei fu straordinaria, perchè egli era il prodotto più naturale, più vero e più completo, della sua epoca. Alcibiade è la risultante degli splendori di Pericle, delle glorie eroiche d'Artemisio e Maratona, della corruzione di Cleone e di Iperbolo. È egli la personificazione delle virtù che se ne vanno, e dei vizj che arrivano; è egli stesso il demos d'Atene, del quadro di Parrasio[131]; egli il popolo ateniese colle qualità che lo han fatto grande e con quelle che lo tirano a rovina. Nel fondo della sua anima, come dintorno a lui, le due epoche si incontrano; e il rimprovero severo di Socrate lo disputa alle lascivie d'una cortigiana; il sarcasmo di Timone lo rimorde tra gli intrighi del foro; Cleonimo, il vigliacco lo insidia, e Làmaco il valoroso lo difende. La faccia di Alcibiade è metà rivolta verso i crepuscoli di uno splendido giorno che tramonta, metà verso l'ombre che sopraggiungono. Socrate scomparirà dalla scena, perchè è alla notte che spetta la vittoria; lui scomparso, la resistenza morale, da lui rappresentata nella forma più intransigente, più elevata e più pura, continuerà ancora, ma dovrà cercarsi più al basso altri rappresentanti quali il tempo lo consente, battere alla porta delle caste che la corruzione del tempo ha fatto sorgere.