Questo concetto storico (che almeno nel dramma completo si sviluppa di più), questo contrasto d'idee e di colori, di ombre e di luce, la povera tavolozza del poeta non sarà bastata a ritrarlo: d'accordo: ma al poeta non par troppo il domandare che almeno si piglino le sue intenzioni per quel che furono, pigliando la storia per quella che è; che non si tiri il collo a questa, per dare lo scambio a quelle; e dove egli vuol fare dell'arte a modo suo, non gli si faccia fare, per forza, della politica a modo degli altri. Se politica ci è nell'Alcibiade, adagio un po' — caro Yorick e compagni — a sciuparmela: che non l'ho fatta per voi. O che strani, che cocenti amori son questi, signori monarchici d'Italia, che vi pigliano ad un tratto per la repubblica d'Atene? Certo, il vedervi divenuti così fieri repubblicani in causa mia, mi commove nelle viscere, mi insuperbisce e mi consola; che affè non vi sapevo così rossi di dentro, e richiamerò sopra il fatto l'attenzione del Ministero. Ma siate prudenti! Volete si dica che la repubblica per poter piacere a voi, bisogna prima che il vizio l'abbia ben bene imputridita? Volete si dica che per rendervela accettabile, per conciliarvi subito con lei, bisogna prima ch'ella mandi le virtù repubblicane a dormire; che ella metta in carcere Socrate, come Mazzini; che paghi a misura di carbone i vincitori delle Arginuse, come il vincitore di Milazzo; che dia in fatto di corruzione tutto quello che può dare una monarchia?
Quanto a me, non credo proprio che la repubblica possa farmi il viso arcigno, se nei torti del suo passato raccolgo qualche insegnamento del suo avvenire[132].
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E con questo, (permettete Yorick, ho bisogno di dir due parole, a questo signore, qui, dalla barba lunga, che ci ascolta) con questo, gentilissimo signor marchese d'Arcais, mi trovo aver risposto abbondantemente, se non erro, anche alle prime e capitali delle sue censure. Censure ch'Ella ha copiato — ormai, via, lo confessi qui a sei occhi, che il nasconderlo è inutile, dal bravo Yorick qui presente[133] — le ha copiate nella gran fretta, senza controllarle; e quindi, naturalmente, ha detto delle.... facezie: delle quali non le faccio torto: ma bensì della fretta che gliele ha fatte dire. Con tutto il possibile rispetto per lei, Ella mi ammetterà, signor marchese, che quando un autore — sia pur mediocre — ha investigato, se non altro, con pazienza e cura un'epoca storica così complessa come quella d'Atene — e presenta al pubblico il frutto, sia pur povero, di indagini parecchie e di studj coscienziosi — non è serio (noti bene la parola signor marchese), non è serio, dopo poche ore dalla recita, uscir fuori come ha fatto lei, con dodici colonne di roba stampata, a sentenziare lì per lì sul valore storico dell'opera, e sul complesso dei problemi storici che l'opera solleva: a meno di posseder già sulla materia degli studj estesi e delle cognizioni che evidentemente — senza farle torto (Ella s'intende a fondo di musica, mi dicono, e non ha obbligo di intendersi anche di storia greca) senza farle torto, a lei mancano, a cominciar dagli elementi. — Dio mi guardi dal credere, calcolando il tempo materiale che a me di solito occorre per raccoglier le idee (ma io sono molto lento, sa!) che tutto quell'ammasso di roba stampata nell'Opinione, poche ore appena dopo finita la prima recita del dramma, che tutta quella roba fosse scritta già prima: ma se invece di buttar giù tante pagine di manoscritto con tanta furia, a rischio di storpiarsi qualche dito, Ella si fosse preso almeno un giorno di tempo — e avesse prima almeno data un'occhiata, non dirò alle fonti storiche, ma a qualche buon compendio di storia greca per le scuole — lo Smith per esempio — ella avrebbe potuto forse risparmiarsi qualcheduno dei granchi ch'Ella ha preso. Poichè Ella vede bene — tutto quanto il giudizio, che in mano di Yorick (l'erudizione e il brio nascondono molte cose — non è riuscito Yorick a farsi passare anche per botanico?) in mano di Yorick poteva parere un paradosso ingegnoso, ora in mano sua, non è proprio più che un granchio solo.
Ella mi parla della grandezza dell'antica Grecia, e di Atene (grandezza di cui più addietro le ho anche spiegato le ragioni), e non s'accorge che la mi confonde insieme due o tre epoche fra di loro; poichè non è l'epoca della grandezza, ma della decadenza politica e morale quella in cui vive Alcibiade e in cui il mio dramma si svolge. Non siamo all'indomani delle grandi vittorie, siamo alla vigilia delle grandi catastrofi. Ella mi afferma che col mio dramma quella grandezza d'Atene non si spiegherebbe più: anzi, a chi conosce la storia, resta spiegata benissimo; poichè essa se ne va coll'andarsene delle virtù che l'han prodotta; poichè — Dio buono! — non è già la grandezza, ma è la caduta di Atene ch'io spiego!
Ella mi afferma che la civiltà greca bisogna cercarla altrove che nei parassiti, nelle cortigiane, nei vaniloqui dei politicastri. Sicuramente! la civiltà greca (che razza di confusioni la mi fa mai!) ha dato qualche cosa di assai meglio, e più in su glie n'ho mostrato anche il come; ma all'epoca di cui le parlo, se appena Ella vorrà farvi qualche studio sopra, vedrà che appunto i parassiti, le cortigiane, i politicastri — v'aggiunga pure, se crede, i sofisti[134], i mercenari, gli eliasti venali e tutto il rimanente — sono prodotti caratteristici di quella civiltà; ed è precisamente perchè i prodotti son diventati questi, che i vincitori ed i liberi di un secolo innanzi, diventeranno i vinti ed i servi del secolo dopo. E se non vuol credere a me, creda agli scrittori del tempo; e per pigliarne uno solo, creda al pittoresco Alcifrone, il qual volendo descrivere i costumi di quella età, non parla che di etère e di parassiti, di sofisti e di barattieri!
Le figure del dramma non son però queste sole. Ella afferma che io dell'epoca non ho riprodotto che un lato solo, il più ignobile; eppure il lato più nobile, come mostrai, gli ruba almeno la metà dei personaggi e del posto; glie ne ruba, per ragioni d'arte, assai più di quello che la storia non concederebbe!
Ella afferma che la corruttela del costume forma il lato meno importante della età che io descrivo. Eppure è precisamente il contrario che è vero! È il nuovo ambiente morale di Atene che prepara e matura le sue catastrofi.
Perchè giammai le grandi crisi dei popoli avvennero isolate e senza causa, per capricci del caso; un popolo grande jeri, non muore oggi, lì per lì, di morte fortuita, per una battaglia perduta, per una tegola cascata sulla testa. Ma all'epoca d'Alcibiade il guasto morale aveva invaso tutto, e la virtù era divenuta l'eccezione. Se quell'epoca invece corrispondesse alla idea falsa che il signor marchese se n'è formato — allora sì le catastrofi di Atene e della Grecia non si spiegherebbero, e la storia conterebbe un enigma di più.
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