A cert'altre delle sue censure (sulla questione del titolo di scene mi pare d'essermi spiegato già) permetterà, signor marchese, ch'io passi sopra. Ella vede bene, noi siamo un po' lontani dall'intenderci. Ella parte da un concetto dell'epoca sbagliato e vorrebbe che io adattassi il mio dramma alle sue idee storiche sbagliate. Ella mi richiama al rispetto della verità storica e vorrebbe che per accontentarla io commettessi degli anacronismi. Ma per contentar lei, dovrei disgustare gli intelligenti e i grecisti, come per esempio il chiarissimo cav. A. Franchetti dell'Antologia Italiana e il signor Garofalo dell'Unità Nazionale, che pur criticandomi in parecchie cose, mi dichiarano, se non altro, fedele alla storia[135]. Or Ella certo è troppo discreto per volere ch'io esiti tra l'autorità dei competenti in materia e la sua.
Ella mi invita a una discussione seria: ma è il discutere con lei che è già un affar troppo serio. I suoi giudizi sono di quelli dai quali un povero autore non sa come difendersi, per il semplice motivo che sfuggono alla discussione.
Quand'Ella dice «uno scambio di madrigali non basta a richiamare alla mente tutta la greca poesia» cosa vuole mai ch'io le risponda? Eh mio Dio, sicuro che non basta; ma la «greca poesia» da Omero in giù, messa in volumi, mi occupa una libreria: ed io credevo di avercene già messa, per saggio, più del bisogno, tanto più che altrove Ella mi accusa di non saper fare che declamazioni! come si fa dunque a contentarla!
Quand'Ella dice che poche parole di Socrate non bastano a riprodurre tutta la greca filosofia, cosa vuole che io le risponda? Certamente che la greca filosofia di chiacchiere ne ha fatto assai di più; ma a mettere nell'Alcibiade tutti i dialoghi di Platone tradotti da Ruggiero Bonghi, c'era pericolo che il pubblico mi tirasse le panche sulla scena.
E poi, chi le dice che Socrate sia lì per quello, e ch'io abbia voluto riprodurre nell'Alcibiade tutti i sistemi filosofici della Grecia antica? Sarei stato matto da legare se a questo scopo e a questi lumi di luna mi fossi messo a scrivere un dramma! Questo suo giudizio è tanto serio quanto quell'altro che io abbia preteso di giudicare col furto di una torta tutta quanta la legislazion di Licurgo! Ma le pare! Queste pretese io le lascio a lei, che in due tratti di penna — e con quegli studj che lei possiede — lì sui due piedi mi sa risolvere i problemi più complicati della storia! Io mi ero contentato, vede, trovandomi a Sparta, di buttar là qualche schizzo comico di leggi e di usanze spartane; certo non tutte, perchè un dramma non è un bollettino di leggi ed è molto strana — in bocca a lei che rimprovera il mio dramma di non essere abbastanza teatrale! — la pretesa ch'io avessi a farne anche un trattato enciclopedico di poesia, di filosofia, e di legislazione! Ma che poi delle usanze di Sparta io non abbia accennato che una sola, la legge famosa sul furto, quest'è una semplice sua bugia — signor marchese — e niente più: di leggi e di tratti del costume spartano, per dare un'idea dello ambiente, io ne avrò accennate — vede — almeno una trentina: naturalmente, se Ella avesse qualche cognizione della materia, li avrebbe subito a volo riconosciuti: ma non è ancora una ragione per isputar sentenze così a tondo su cose che si ignorano: e poi la scena di Cinesia (che ella trova triviale e il Fanfulla trova mirabile: oh diversità dei giudizi umani! facciamo il male in mezzo e mettiamo che non sia nè l'uno nè l'altro) la scena di Cinesia non è che una parte di quel quadro di costumi: e l'eforo Endio e il soldato Brasida ci entrano pure per qualche cosa![136]
Perchè, signor marchese, — se lo lasci dire — ciò che urta i nervi singolarmente nelle sue critiche è il tòno. Errare humanum est, e tutti possono benissimo commettere degli errori giudicando di un lavoro d'arte, come io certo nello scriverne, e sarebbe strano che l'infallibilità fosse privilegio dei critici: ma non tutti buttan là i loro errori con quel sussiego con cui li butta lei. — Non tutti si dan l'aria, come lei, di buttar fuori degli oracoli. Dove meno Ella ne sa, e più Ella ingrossa la voce. Pur dovrebbe conoscere l'adagio: ne sutor ultra crepidam. Veda, per es., perfino quella storiella de' baffi! Ella non si contenta di dire, sia dritta o storta, la sua; ma impone addirittura al signor Emanuel di tagliarseli i baffi (povero Emanuel che ci tien tanto) — e perchè mai? Perchè io, marchese D'Arcais, 1.º e solo — «posso assicurarlo che Alcibiade non li portava!» Posso assicurarlo! E perchè Emanuel non si crede ancora abbastanza assicurato e se li tiene, Ella monta in collera e accusa il signor Emanuel di mancarle d'obbedienza e di rispetto! Ma perchè mo' invece di sciupar tempo e fiato in tante assicurazioni, non la si piglia in mano un volume del Winkelmann o dell'Ennio Quirino Visconti, o non la va — Ella che parla di far la barba ai moderni — non la va in qualche museo ad istruirsi prima sul modo con cui se la facevano gli antichi? perchè essendo Ella in tanta intimità con Alcibiade, non è andata almeno una volta a fargli visita al Campidoglio e al Vaticano? Come!? Ella impone ad Emanuel in nome di Alcibiade di radersi i baffi e non si informa prima se il suo amico Alcibiade ne è contento? Ella abita da un pezzo in Roma, discorre di cose d'arte, e non visita nè il museo del Vaticano, nè quello del Campidoglio, e ignora che in quest'ultimo ci è un marmo antico di Alcibiade, e nel primo ce ne sono tre — tutti co' baffi![137] Ma sa che è grossa — e basta per far perdere la voglia di credere alle sue assicurazioni! mi dirà che non sapeva che quei marmi fossero Alcibiadi, perchè non c'era sotto il nome, e quello che lo ha, lo ha scritto in greco, ed ella non è obbligata a capirlo: ma allora non si discorre di cose greche!
Ed è Ella che giudica del grado maggiore o minore della erudizione mia!
Ecco perchè, signor marchese, più sopra dicevo che discutere con lei è un guajo serio. Ella afferma, trincia, sentenzia con un tono di autorità, con una sicurezza che sconcerta: e, a non volerle mancare di rispetto, non si sa da che parte pigliarla. O dovrei occuparmi a ribattere la sua caritatevole insinuazione, che la buona fortuna fin qui arrisa all'Alcibiade è dovuta a ragioni estranee all'arte, cioè alla claque de' miei amici politici? O dovrei spiegarle — a lei che mi onora di giudizi così serii e così pii — spiegarle perchè ho riso tanto di quell'altra sua notizia faceta, colla quale informa da sè i suoi lettori, come e qualmente Ella è un critico imparziale, che non fa in arte della politica di partito? Excusatio non petita, ecc.
Ma queste son cose che si.... ammirano e non si commentano. — Passiamo oltre, passiamo oltre.
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