Poichè la via lunga ne sospinge — ed ho ancora a difendere da parecchi capi d'accusa il mio povero protagonista. Il quale in vita sua ha viaggiato molto: ma si è trovato che nel mio dramma non ha viaggiato abbastanza. Uno si lamentò per non averlo visto ad Atene, nel ritorno; un altro voleva vederlo anche a Samo: un altro anche a Sardi, alla corte di Farnabazo, e così via, in questa o quest'altra circostanza omessa della sua vita.
Rispondo: il carattere di Alcibiade è così complesso, presenta un tal numero di lati, che a volerli ritrarre, almeno tutti i più essenziali, — nei limiti di un dramma e della ragion drammatica — bisognava procedere con economia. — Perciò, scegliere tra le fasi della vita dell'uomo; seguir sì dal principio alla fine le passioni dominanti e costanti, ma nel loro mutar delle forme per certi tratti del carattere contentarsi di un incidente solo, di una scena sola; evitar le fasi, le scene in cui si ripetesse su per giù lo stesso lato morale; affinchè dalla varietà degradante nelle tinte principali, uscisse più vivo il contrasto, più completa la fisionomia.
Nel caso concreto, il quadro del ritorno ad Atene, era stato fatto[138]; ma dovendo pur sopprimerne per la scena qualcuno, ho soppresso questo: Alcibiade il glorioso, il beniamino del popolo e maneggiatore delle sue passioni, è già comparso nell'atto secondo.
A Samo poi non l'ho seguito; perchè Alcibiade, il patriota generoso che pensa a salvare, a dispetto degli ingrati e dei malvagi, la sua città, lo ritroveremo più tardi in faccia ai capitani in Egospotamo.
È vero che questo mi tirerà addosso un altro guajo. Un critico sapiente di un foglio milanese, e il signor Roberto Stuart del Daily News, si scandalizzeranno di veder un Alcibiade che prega[139]. Neh, che scandalo! Questi signori critici si son fatti degli eroi a modo loro — tutti d'un pezzo, come nella tragedia antica — e con un orgoglio di fabbrica loro speciale. Uno poi di quei signori avendo sentito dire per combinazione[140], che c'era stato al mondo un certo signor Ajace Oileo così fiero e superbo, ch'era morto sfidando gli Dei, voleva ch'io facessi fuori del mio Alcibiade un altro Ajace. Ma Alcibiade era un eroe più umano. Il suo orgoglio era altissimo — ma non orgoglio zotico, brutale: orgoglio d'un uomo rotto ai casi della vita, che ha la forza di adattarsi agli eventi per lottare contro di loro, che ha l'anima capace di alti sentimenti e aperta alle grandi passioni. La superbia insomma di tutti i grandi uomini della storia, buoni e cattivi, sia che si lascin battere, come il superbo Temistocle, pensando alla salute della patria, sia che servano come il Corso fatale pensando al regno. Ed è perciò forse che Shakespeare — il quale del cuore umano ne sapeva un po' più di quei critici e di me insieme — costrinse alla preghiera fin Coriolano, che fu un uomo di una superbia ben più feroce e più intrattabile dell'Ateniese.
Che cosa vuol dir mai non pensarla allo stesso modo! Quei signori critici trovano che un Alcibiade che prega è un Alcibiade rimpicciolito: ed io invece gli faccio dire da Timandra: Prega Alcibiade, e sarai più grande! Quei signori — basati sulle loro profonde ricerche — accusano me di aver alterato con quelle preghiere il carattere di Alcibiade; ed io — basato sui miei studi incompleti — affermo che questa accusa è la prova più palmare che quei signori non solo mancano di criterio drammatico, ma non sanno nè dove il carattere di Alcibiade stia di casa, nè chi egli sia stato. — E il bello è che uno di quei signori critici, con una intuizione così acuta dei grandi caratteri storici, aveva avuto la faccia franca di mettersi a compilare un libro sui caratteri: per fortuna l'han fermato sul principio.
Nel fatto concreto poi, non solo la scena ha un fondamento storico — prego quei critici che, vedo, non lo sanno, a legger Plutarco[141] ed informarsene — ma a me era parso (spiego il mio concetto soltanto — e potrà ben darsi che la povertà delle mie forze lo abbia tradito) che lì fosse uno dei lati essenziali del carattere di Alcibiade, senza il quale la sua figura sarebbe rimasta addirittura affatto incompleta, e quindi non vera. — Migliorato dall'amore e dalla sventura il fondo dell'uomo[142], anco il suo orgoglio ha migliorato le forme; è una nuova faccia di questo suo orgoglio che si palesa; è un'altra grandezza morale — a lui nuova — che amaramente lo tenta. Alcibiade prega, ma, com'egli ha cura di rammentarlo ai duci, solo perchè è per Atene ch'egli prega; perchè sente che questo motivo è il solo che gli dà ancora nella sua sventura una superiorità morale sui duci competitori; perchè Timandra è là, testimone affettuosa della sua eroica abnegazione. — Lo sforzo ch'egli fa sopra sè medesimo, è esso stesso l'elemento drammatico della scena; che se, tornate vane le preghiere, la fierezza antica d'Alcibiade rompe le barriere e prorompe, egli è che — per le nature che non son di santi — tutte le prove morali hanno i loro limiti.
Ora, tornando a quella tal ragione dell'economia che dicevo, è verissimo che il mio protagonista non l'ho neppur seguito — come altri volevano — in Persia, tra le effeminatezze del fasto asiatico. Egli è che l'Alcibiade effeminato, dedito al lusso, al fasto e alle mollezze, era già apparso ad Atene; e se il figliuol di Clinia in Persia, per tornare quel d'una volta non dovette far molta fatica, — in teatro, il ritoccar le stesse corde avrebbe potuto produrre molta noia.
E sempre per la stessa ragione — e per un'altra ancora — visto che la coscienza del mio protagonista era già non troppo pulita — l'ho alleggerita della distrazione commessa a Sparta colla moglie del re Agide, la bella Timea. Di che, grande scalpore del signor Garofalo nell'Unità Nazionale e del signor Z. nella Gazzetta Livornese. L'uno, il pudico signor Z., in nome della moralità, che mi accusa di aver offeso coi discorsi di Cinesia, voleva ch'io mostrassi «un'altra donna accesa di amorosa passione» e Alcibiade occupato a soffiar la moglie a quel povero diavolo di re: l'altro, il dottissimo signor Garofalo mi assicura che per i contrasti e per il dramma quella seduzioncella proprio ci voleva, come le stacchette di garofano nel ragù. Ebbene, di donne accese di amorosa passione per quella buona lana del figliuolo di Clinia, io credeva di averne già mostrato un numero sufficiente in Aspasia, in Eufrosine, in Glicera ed in Timandra; e del talento del mio uomo nel condur l'acqua delle donne al suo mulino, avendo egli già dato qualche saggio, non mi pareva necessario di fargli ritentar la prova, a meno di rubar a Ovidio il mestiere e di ridurre tutto il dramma ad un trattato teorico e pratico sulla materia. Invece a Sparta c'era qualche altro lato del suo carattere non ancora sviluppato e che secondo me meritava di esserlo: e siccome appunto pensavo a fare un dramma e non delle scene sconnesse — così mi premeva continuar l'azione di Timandra — e dopo aver visto Alcibiade scherzante cogli amori da burla, metterlo alle prese, nelle lotte della vita, con un amor vero.
Sono contenti quei signori? Se no, me ne rincresce tanto: ma l'autore drammatico, quando mette un grand'uomo in iscena, ha qualche cos'altro a fare che non pigliar le situazioni della sua vita e metterle in fila una dietro l'altra: scimunitaggini queste dei critici da un soldo la dozzina. L'autor drammatico alla storia non può sagrificare il dramma; ed Ella in ispecie, signor Garofalo, che di storia ne sa — la storia me la insegni pure — ma il dramma me lo lasci fare a modo mio. — Veda: tutti mi rimproverano di aver fatto il dramma troppo lungo: lor signori sono i primi a farmene un torto: e poi se dovessi dar retta a loro, e aggiungere tutto quel che loro vogliono, dieci volumi in quarto non basterebbero. — Questo si chiama metter gli autori in croce, e prova che il criticare è una cosa, e il fare è un'altra.