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Ma e allora, se ci tenevi tanto a evitar le ripetizioni, perchè quella scena dell'atto sesto che riproduce in parte la situazione del quarto? Perchè è una fase nuova e diversa del tipo di Alcibiade che volevo porre in luce e la cui diversità non poteva balzar fuori che dal confronto e dall'analogia delle situazioni. Nel quarto atto Alcibiade a cui le calunnie e l'ingratitudine sbarrano il sentiero della gloria, si vendica; nel sesto, Alcibiade, in cui il bisogno della gloria è soddisfatto, attaccato dalla calunnia e dall'ingratitudine, perdona.
«Alcib..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora.
Timandra (inquieta, supplichevole) Alcibiade, ricordati di Catania!
Alcib. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano; oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi più che il comando.... o la vita anche: perchè oggi, se anche morissi, ricorderebbe il mondo che c'è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta — e non ho più bisogno di una colpa per vendicarmi.»
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E non bastan le accuse. Gran cosa l'amor della storia! Per amore della storia un critico veneto, avendo letto che Alcibiade mangiava l'erre e incespicava nel parlare, mi biasimò di non aver fatto Alcibiade anche balbuziente! E per amor della storia, invece, un altro critico, quel della Stampa, si lamentò che io non avessi snodato abbastanza al mio eroe lo scilinguagnolo! Perchè l'eloquenza politica di Alcibiade — secondo lui — non l'ho che abbozzata appena nel secondo atto: egli voleva invece dei bei discorsi alla Pasquale Stanislao Mancini: ma se l'aggiusti dunque con Cicerone che afferma caratteristica della eloquenza politica di Alcibiade la brevità concettosa spinta quasi fino all'oscurità[143]; se l'aggiusti col signor D'Arcais il quale mi rimprovera di averne, di discorsi, fatti troppi! Oh, la storia di quel tale che conduceva l'asino al mercato!
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Cimoto, il buon Cimoto, ha diviso col suo padrone anche la sorte dei giudizj: a cominciar dal critico egregio del Diritto, che ha trovato da ridir sul suo mestiere. Il critico del Diritto voleva trovar nel parassito l'antica professione di questo nome[144]. Ma come già da un pezzo il vocabolo avesse mutato fortuna — e ai tempi di Alcibiade significasse un'altra casta — progenitrice rispettabile de' parassiti de' nostri dì — il critico egregio potrà chiarirsene leggendo il libro VI di Ateneo.
Eccogli intanto, se vuole, la metamorfosi spiegata da un parassita in persona, in una commedia di Diodoro da Sinope: