«La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in tutti i borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i primissimi della città, per queste cerimonie sacre. In seguito di tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi per Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo: presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi: di modo che se il padrone loro rutta sul naso dopo aver mangiato del rafano o del pesce stantìo, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p....... egli vicino all'uno all'altro? quegli gira il naso fiutando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto di ciò che era onesto e rispettato una professione ignobile qual è oggi.»[145]
E' all'inclita categoria di questi parassiti del nuovo stampo che appartiene il Filippo del Simposio Senofonteo: e su questo prodotto caratteristico della corruzione ateniese dallo scorcio del V secolo in giù, chi brami saperne più in là delle storielle di Ateneo, può divertirsi colle Lettere di Alcifrone e con parecchi degli scritti del Samosatense.
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Ma ammessa la patente del suo mestiere, il povero Cimoto non è ancora fuor de' guaj. L'essere diventato da mariuolo un galantuomo non pare, per i tempi che corrono, una cosa lecita ed onesta. In ogni modo, il signor D'Arcais dell'Opinione e il signor Stuart del Daily News, e un altro critico o due, non la intendono: peccato che, in fuor di loro, critici e publici l'hanno intesa tutti: e non è parsa strana a nessuno. — Infatti è impossibile che un vero birbante diventi mai arnese da Paradiso: com'è vero che un'indole non cattiva nel fondo, ma solo corrotta dall'ambiente e dalle circostanze della vita, può sperar sempre di aspirare un dì o l'altro al premio Monthyon. Il qual assioma morale non l'ho già scoperto io: credo l'abbia scritto il marchese di Lapalisse sopra i boccali di Montelupo.
«Ma questa conversione doveva essere in qualche modo preparata da uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, e che, siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma anzichè delle scene.»
Ebbene io affermo, signor marchese, che l'idea di Cimoto di far la fine del quarto di agnello — idea che nè a lei nè a me (per conto mio) verrebbe in mente — è così stramba, così curiosa, che se la conversione di Cimoto non fosse stata — come lei dice — preparata, avrebbe fatto scoppiar dalle risa qualunque pubblico di questo mondo. Perchè certe sgrammaticature psicologiche nessun pubblico le passa — laddove un critico, sia pur lei o il signor Stuart, può benissimo avere sbagliato, senza accorgersene, i suoi studj di psicologia. Che se nessun pubblico ride dell'arrosto dell'ultimo atto — bisogna che una ragione ci sia. Una ragione potrebbe esser questa, che il pubblico ha già assistito da un pezzo al risvegliarsi progressivo della coscienza morale in Cimoto: questa coscienza è già viva, sebben latente, sin dal primo atto, quando Cimoto confessa a sè medesimo con rimorso la disonestà dell'azione commessa: traluce nel secondo, nel terzo e nel quarto, quando Cimoto attacca i nemici di Alcibiade, e si affeziona a lui e lo segue; è venuta crescendo, ed è vivissima nel quinto, dove il parassita si rammarica e si impietosisce sulle disgrazie di Atene, ama davvero il suo padrone e pur lo rimprovera del suo tradimento, gli rinfaccia i caduti per colpa sua, lo richiama al sentimento del suo dovere, accorre giojoso ad associarsi alla vittoria riportata dallo affetto di Timandra. E questa coscienza è già fatta abnegazione affettuosa e virtù di sagrifizio nell'atto sesto, quando Cimoto, accortosi della disgrazia di Alcibiade che sta per fuggire, si affaccia a domandargli di dividere la sorte con lui nello esilio e nella sventura. Sicchè la progressione[146], nel settimo, non lascia ormai più posto che al sagrifizio, senza di che essa sarebbe stata affatto inutile; e il parassita vi reclama come titolo al sagrifizio quello che fu il suo titolo di disonore. Così l'avevano intesa tutti i publici e quasi tutti i critici[147]; così l'aveva intesa l'autore, quando tentò di rappresentare in quel carattere la influenza rigeneratrice che sulle piccole nature esercita il contatto delle grandi. Ma per avvertir la progressione, bisognava nientemeno che star a sentire il dramma: e, siamo giusti, il signor D'Arcais non aveva tempo di starlo a sentire, dovendo scrivere le dodici colonne dell'appendice del giorno dopo.
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Socrate fu più fortunato di Cimoto: anzi gli han preso a voler tanto bene, che certuni gli han fatto un carico di parlar troppo poco e di scomparir troppo presto. È vero che nel dramma completo Socrate fa un'altra breve apparizione: prego però quei signori a riflettere che se avessi voluto farlo parlare di più, allora avrei scritto un Socrate e non un Alcibiade. Perchè a me la figura del grande filosofo era parsa una di quelle che, dove entrano, hanno diritto a pigliarsi per sè sole tutto il posto che trovano: e se questo non si può o non si vuol fare, allora le esigenze del protagonismo insegnano a non mostrarle che disegnate di profilo, nello sfondo, quasi appartate dal resto dell'azione, perchè non restino impicciolite dal frammischiarsi a questa, come figure secondarie, e di lontano conservino nella mente dello spettatore la grandezza ideale dei contorni. E questo m'ero messo in mente, volta che della figura di Socrate, in un quadro drammatico di Alcibiade e della sua età, non si potea far a meno: e al grande maestro bisognava pur fare la sua parte nelle lotte morali del carattere di Alcibiade, e premea chiarir da principio la posizione delle etére[148] rispetto al mondo intellettuale di Atene. Certo, se è libero all'artista di non isbozzare che un profilo, s'intende però sempre che il profilo ha l'obbligo di essere fedele al vero: che quello di Socrate il fosse, la maggior parte de' critici me ne avea dato lusinga fin qui: toccava a quel profondo filosofo che è il signor Stuart il disingannarmi!
— Ecco, io avevo detto fra me; bisognerà che m'ingegni di far parlare Socrate colle sue idee e col suo metodo divenuto proverbiale; accennerò di volo il lato poetico e il lato pratico della sua dottrina, secondo la tradizione de' maggiori fra' suoi discepoli; e quanto al primo, qual poema più bello del Fedro? e quanto all'ultimo, poichè non posso occuparmene che nei riguardi del dramma, e il dramma è Alcibiade — quale imagine più vera, più bella, più completa dell'azione morale del gran maestro sul suo vizioso discepolo, di quella che Platone ci presenta nel Primo Alcibiade e nel Convito? Quale sintesi più fina di questa parte nobile, moralizzante della filosofia socratica, di quel breve dialogo nel III dei Memorabili di Senofonte, che riproduce l'identico concetto del Primo Alcibiade e mostra Socrate intento a reprimere la baldanza prosuntuosa di Carmide? Piglierò l'idea cardinale di que' dialoghi, me ne servirò per l'azione del dramma, ossia per la spedizione di Sicilia; accomoderò ai limiti e alle esigenze della scena le lungaggini del dialogare socratico, pur conservandone la fisionomia; presenterò così in iscorcio i rapporti fra Alcibiade e il suo maestro; e in bocca al grande vecchio, là in mezzo allo ambiente depravato che lo circonda, farò suonare la santa sdegnosa protesta della virtù. —
Non l'avessi fatto! Ecco il sapiente sig. Stuart — che dei dialoghi platonici non ha neppure la nozione più lontana — il quale mi incolpa di non aver fatto entrare nel carattere di Socrate i suoi rapporti con Platone, col vecchio Critone, coll'ambizioso Crizio (voleva dir Crizia) e la condanna a morte e la cicuta — e perfino (ah questa poi non l'avrei mai indovinata) le sue relazioni col «matto Apollodoro» e collo «scettico Pirro» (voleva dire Pirrone), il quale, poveretto,.... ebbe la disgrazia di nascere un po' troppo tardi dopo che Socrate era già morto, per poterlo conoscere!