Ecco qua un altro critico che conta nel dialogo di Socrate i punti interrogativi e mi dice che quello non è il suo metodo, perchè non l'ho scritto come un catechismo, tutto a domande e risposte! Ma se quel critico volesse ascoltar meglio, s'accorgerebbe che il dialogo procede precisamente tutto per interrogazioni, fino a che Socrate non ha costretto l'avversario a scoprirsi; e se non tutte le interrogazioni finiscono materialmente col punto interrogativo, egli è che l'indole del dialogo socratico consiste in ben altro; e molte domande son fatte nella forma suggestiva, caratteristica della socratica ironia.

Ma ecco appunto qui il peggio; Socrate, proseguendo quella forma ironica, finge di dar ragione alle risposte del suo discepolo, per meglio ridurlo nelle strette, ed attaccarlo poi. Ebbene, capita un critico che mi piglia quella finzione sul serio, e mi biasima di aver fatto che Socrate «finisca col ceder così debolmente accettando ad occhi chiusi i progetti ambiziosi del suo discepolo!» — Ma se ve lo dico io, caro Yorick, che è meglio fare il lustrascarpe che non l'autore drammatico!

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Ed anche Glicera — (ah pallido, romantico Yorick, che Glicera stupenda, se vedeste, la signora Giulia Zoppetti!) anche alla povera Glicera è toccata la sua. Ma vi pare? Una etera, una grisette di quei tempi, essere così ingenua, così sentimentale, così virtuosa, così ignorante di certe cose che dovrebbero sapere fin le donne oneste, e farsi menare a quel modo per il naso! Un critico di Trieste[149] non l'ha voluta mandar giù.

Eppure mi facevan credere gli storici e i comici che di queste ingenue allieve Aspasia ne crescesse e ne istruisse parecchie in casa sua: eppure doveva essere tanto carina quella ragazza ricordata in Antifane:

«Avea costui per vicina una giovane cittadina: appena la vide che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch'ella non aveva nè tutori nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d'aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una meretrice (ἑταίρα), diversa da altre che disonorano un nome così bello.»[150]

Ed era una grisette di buoni costumi e niente più scaltra della mia Glicera la bellissima Pizia di Aristeneto:

«Benchè ella sia etera di condizione, pure conserva la nativa ingenua semplicità e l'indole irreprensibile e i costumi assai migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di lei quanto la sua innocenza!»[151]

E non era un portento di astuzia femminile neppur la piccola etera Filemazio che a' suoi galanti scriveva:

«Voi credete di facilmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla senza alcuna esperienza di amore, non ancora iniziata ai misteri di Venere; e potermi accalappiare più facilmente che non possa il lupo una agnellina dormente.»[152]