È persuaso quell'egregio critico che c'erano a que' tempi delle etere anche più ingenue di qualche ragazza da collegio dei nostri giorni?
Me ne appello a voi Yorick, ed invoco in appoggio, sulla materia, la vostra sapiente autorità.
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Glicera mi richiama a Timandra. Imitazione di Atte![153] Nego. Il mio amico Cossa, nel suo impareggiabile Nerone, ha pensato, per le sue buone ragioni, ad una cosa, ed io ho pensato ad un'altra: perchè la diversità dei protagonisti riflette una luce diversa sui loro amori. La passione di Atte è essenzialmente una passione fisica: perchè, se nol fosse, una donna che sente e pensa come Atte non potrebbe amar un uomo che pensa e sente come Nerone. La passione di Timandra si scalda ad altre fiamme che a quelle sole della Venere sensuale. L'amor di Atte e di Nerone è quello di due nature opposte, che non hanno niente di comune, nessuna corda unisona, nessun punto di contatto fra loro, unite da una specie di fatalità che è più forte di loro: quello di Timandra e di Alcibiade è l'incontro di due anime sorelle, che han molte corde comuni, che si sentono affini nella energia della tempra e nello istinto del piacere, nello amore del bello e della gloria; di due anime fatte per intendersi, naturalmente chiamate una verso l'altra, e che perciò, al loro primo incontrarsi nella vita, subito si ravvisano e si riconoscono. È il riconoscimento istantaneo delle anime, descritto da Socrate nell'Atto Primo. Atte si impone a Nerone, dal quale la separa un'abisso morale, colla ferrea energia che all'altro manca; gli parla un linguaggio che l'altro non può, non deve intendere; e Nerone subisce riluttante il suo fascino[154]; — Timandra si insinua in un carattere che è energico quanto il suo; tocca una dopo l'altra in lui delle corde di cui ella conosce e l'altro sente, suo malgrado, l'efficacia; e anche quando ella investe Alcibiade più irruente e più severa, l'armonia segreta di quelle due anime non cessa un istante solo. Degli attacchi di Atte, Nerone, sempre conseguente a sè, si annoja o si impaurisce; dinanzi agli attacchi di Timandra, Alcibiade quando va in collera si giustifica, e quando non vuol rispondere si commuove.
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Ma io ho un bel ricorrere a Socrate; quella teoria del riconoscimento subitaneo delle anime, o, per così dire, degli innamoramenti a colpo di sole, i critici posati e flemmatici non me l'accettan per buona: e fra le categorie della specie non me la ammettono.
«L'amore di Timandra ad Alcibiade è posticcio: non ha causa apparente nel dramma: viene non si sa da dove, nasce lì per lì, non si sa come»[155].
Nego. E ho spiegato or dianzi perchè nego. Mostrare al critico poi, nella ragione psicologica dei due caratteri e nella ragione intima del dramma, la causa di quell'amore dov'è; e il perchè quell'amore, a differenza degli altri, l'ho fatto nascere a quel modo, e il come di quella fiamma che s'accende istantanea al primo contatto delle due nature — mi porterebbe a discutere col critico sopra le leggi del cuore umano, per sentirmi rispondere che egli non le intende a modo mio. Questione di gusti! risparmio la fatica e me ne appello a Stendhal e alla sua Fisiologia dell'amore. E se Stendhal non basta — oh allora poi — me ne appello alle donne.
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Un altro critico egregio piglia la cosa in altro modo. «O non era assai più naturale dare a Timandra nel primo quadro la parte commessa a Glicera, e farla poi ricomparire nel terzo a ricevere il premio del suo affetto gentile?» E subito un terzo: Sicuro! Sicuro! Glicera e Timandra non son che un duplicato[156].