Un'altra risorsa per questi critici è l'apparizione di un lavoro storico — o in cui c'entri per qualche verso la storia. Oh un dramma storico! è la loro festa. Quel giorno essi salgono di cento gradini nella scala della riputazione e si pigliano più autorità che non ne abbian presa in cento critiche di altri lavori. Perchè in altri bisogna discorrere poco o tanto di concetti artistici, di forme artistiche, di poesia, di psicologia, di morale, e che so io: tutte cose che legano i denti: e che permettono al lettore profano di essere di un parer diverso: ma qui! qui è un altro affare. Qui si piglia una Enciclopedia o un trattato di storia: e in due tratti di penna l'autore è spacciato. Qui si tratta di cognizioni serie, positive, su cui non ci possono essere dispareri. Come si fa, quando l'autore si è occupato di quel tal fatto o di quel tal personaggio storico, e il critico vi sentenzia con tutta la gravità che quel tal fatto è accaduto all'opposto, che il tipo di quel personaggio è sbagliato, che quella tal circostanza storica importantissima è stata ignorata, che il colore storico locale è falsato, e lì una bella citazione di tre o quattro o cinque nomi di autori in fila — come si fa, dico, a non trovare che il lavoro è un aborto che non regge alla discussione e a non ammirare il critico sapiente che ha saputo farne giustizia! «— Oh! hai letto la critica di X intorno al lavoro di Y? — Certo! Come te lo concia per le feste quell'Y! — E lì non si scherza! il critico si vede che è uno che sa il fatto suo! — Se lo sa! Pensare che volevano farlo passare per un buon lavoro! — Già! già! si vede ora che roba è. Ma neh che talento quell'X! che erudizione! come sa scrivere! come sa la storia! — E come gli prova a quel povero diavolo tutti i suoi spropositi citandogli gli autori sulle dita! — E come conosce a menadito Aristofile, Plutone, Tucilide e tutti quegli altri! Scommetto che l'autore non li aveva neppure letti! — Ah questi sì sono critici coi fiocchi!...» — E segue il resto delle litanie.
Ma se il povero autore strapazzato fosse lì in un angolo e provasse a quei signori che il critico conosce Platone, Aristofane, Tucidide e tutte quelle altre brave persone a un di presso come le conoscono loro — che non ha mai visto dei loro libri pure il cartone — e che tutta la scienza è stata improvvisata lì per lì dalla sera alla mattina sopra un articolo della Enciclopedia, quei signori giurerebbero che l'autore parla per dispetto. Eppure da molti, da troppi la critica non si fa che così.
Allato a questa categoria, ve n'ha, di critici, un'altra più coscienziosa, ma per gli autori non meno molesta. Sono ottime persone — talora qualche diligente professore, il più spesso dei bravi giovani che han riportato il premio nelle scuole — e che effettivamente sanno qualche cosa: ma che hanno (certo con maggior diritto degli altri) il bisogno irresistibile di farlo sapere e di mettere in mostra tutto quello che sanno. Anche questi d'arte s'occupano poco: per loro il lavoro d'arte non è che un eccellente mezzo per isfoderare la loro dottrina, smerciare la loro mercanzia e metter fuori tutto il bagaglio delle loro cognizioni. Anche quando questa mania non si scompagna da una certa benevolenza, la noia per gli autori non è minore. Perchè essi rimproverano l'autore che nello sviluppo di quel tal periodo storico ha dimenticato i tali personaggi; che i tali altri li ha rappresentati incompletamente; che nell'orditura di quella tal scena ha trascurato di valersi di quelle date circostanze storiche, di quelle date teorie filosofiche, di quelle date risultanze della critica storica e via via. Essi sanno benissimo probabilmente per i primi che se l'autore avesse fatto entrare nel suo dramma tutta quella roba, ne sarebbe risultato uno zibaldone impossibile, una mole indigesta da far dormire un morto in piedi: essi lo sanno, ma non importa — non si tratta di farcela entrare quella roba, che, tanto, il lavoro è già fatto — si tratta di far sapere che essi sapevano in proposito tutto quel mondo di belle cose e che l'autore ha avuto il torto di non pensarci.
Ci è poi ancora una classe di Aristarchi, anch'essi a loro modo coscienziosi. Questi hanno in arte degli ideali fatti, delle teorie fatte: e condannano irremissibilmente a priori tutto quello che esce o si allontana da quegli ideali e da quelle teorie. Per costoro, la libertà dell'arte non esiste; l'arte non è ammissibile, non è concepibile che sotto date forme: fuor di là, tutti aborti. Questi la confina nel mondo puramente fantastico; quest'altro in quello della realtà presente, pura e nuda. L'uno pretende l'osservanza rigorosa delle regole aristoteliche; l'altro, che è in progresso, le sopprime, ma per aver il diritto di sostituirvene dell'altre altrettanto rigorose ed altrettanto anguste.
Conosco un mio amico, ingegno egregio e critico acuto,[1] il quale in buona fede si crede rivoluzionario in arte, perchè pretende che ella debba essere nient'altro che la fotografia di quello che esiste in natura, e come vi esiste; e che i suoi uomini non debbano portare che il frac e le sue donne non debbano vestire che colle mode dell'ultimo figurino. Fantasia, poesia, idealizzazione del vero, evocazione d'altre età, tutte robe scolastiche da far dormire: prosa da conversazione ha da essere, e un po' di spirito di osservazione, per riprodurre, tal quale, quel che succede ogni dì, e un po' di raziocinio per coordinarlo; un problema sociale od economico da risolvere, o un adulterio pudico da legittimare. Shakespeare, o Byron, o Victor Hugo! Che arte stramba è questa vostra che cava da mondi impossibili Falstaff e Jago, Sardanapalo e Ruy Blas! Persone vere, a modo nostro, vogliamo, e vestite dei nostri panni e facciano quello che facciam noi, e parlino come parlano i cristiani: stramberie di cervelli malati le vostre e non arte: l'arte è là — nella camera oscura.
Andate dunque a presentare a questi critici un lavoro di un genere che non sia quel ch'essi ammettono! Andate dunque a dir loro che sono essi i retrogradi, essi che dell'arte non accettano che una forma sola, che pretendono misurarle avaramente il tempo e lo spazio; provatevi a dir loro che tutti i tempi e tutti i luoghi sono dominio dell'arte, perchè tutti ponno essere dominio del vero; che il classicismo era falso, come il loro realismo è falso, perchè entrambi pretendono di imporre indistintamente al vero che è universale le idee e il linguaggio di un solo paese[2] e di una sola età; che una sola forma l'arte respinge, ed è il brutto; che è ufficio dell'artista scovrir del vero le armonie più intime, afferrarne i rapporti più segreti e lontani, riunirne le linee sparse qua e là nella natura, farle rivivere in creazioni che la sola riproduzione meccanica del vero in natura non dà; che l'osservazione fredda e sola a ciò non basta, se la fiamma santa dell'ideale non la scalda; che sotto tutte le forme l'arte vuol essere creazione, cioè poesia: che non è lecito proscrivere Michelangelo e i suoi arcangeli in nome di Clerici e de' suoi gatti, — e quei critici rivoluzionarj vi rideranno per compassione sul muso!
E tutti questi ancora sono brava gente. Uomini serii dell'arte, Brid'oison della critica, Marchesi Colombi dell'erudizione, le loro sentenze sono perniciose, ma le loro intenzioni sono innocenti.
Or dove lascio le eccellenti persone, che si servono della critica come di un emolliente per la espettorazione del catarro e di tutti i cattivi umori dello stomaco? Esser rosi di dentro dalla bile dell'impotenza, dal tarlo della vanità; cercare ogni dì in fondo all'anima una scintilla di estro, e non trovarvi che una goccia di fiele; ogni dì frugare nella mente per trovare una imagine, una idea, pescarvi un'insolenza o una banalità; e allora, non potendo far dell'arte, ricattarsene col far della politica; non potendo servire alla riputazione propria, aver bisogno di pigliarsela coll'altrui, servendo ai rancori dell'alto ed alle invidie del basso; sempre rodersi, sempre odiare, odiare come in politica si odia: e dopo tutto questo, trovarsi d'aver dinnanzi un lavoro d'arte, una penna, un po' di carta, un dizionario e un calamajo, — ah, per Dio, negatemi che allora non diventi uno sfogo salutare, non diventi una cura igienica la critica! Quando il critico ha ridotto in pezzi il lavoro d'arte, ha dimostrato che è un aborto od un plagio, coperto di irrisione l'autore e le sue fatiche, — egli tira il respiro più libero: egli si sente il cuore più leggiero, e le tempie più fresche. Ciò fa bene alla salute.
E ciò permette degli sfoghi che non mancano neppure del loro lato estetico. Si può fingere la santa indignazione di Giovenale e darsi l'aria di menar lo staffile — quello di S. Ambrogio magari — per cacciare i profani dal tempio! si può incominciar l'opera deplorando il compito ingrato: — una speranza di più andata perduta per l'arte, l'amarezza di doverla registrare, perchè la verità va innanzi a tutto, e di esporsi alla taccia di partigiani, per aver avuto il coraggio di dir forte quello che gli altri non dicono che a bassa voce: — allora ogni staffilata all'autore diventa un atto di abnegazione del critico — a ogni brandello del lavoro, ch'ei strappa, è il suo cuor che ne piange, e che ne sanguina. È il console Bruto che decapita suo figlio. Santo, divino amore dell'arte, tu solo puoi ispirare questi sublimi eroismi, perchè fortemente colpisce, chi fortemente ama!
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