La lunga severa appendice del foglio ufficiale livornese è ricalcata da capo a fondo, giudizio per giudizio, periodo per periodo, frase per frase, su quella del signor Garofalo nell'Unità Nazionale: che sugo poi ci sia a far della critica a questo modo non so: ma il signor Z., prevedendo appunto l'obiezione, ci ha incastrato qua e là qualche coserella di suo: e dove incastra sbaglia; e dove sbaglia mi rincresce, perchè mi dicono che il signor Z. sia professore, ed io penso naturalmente ai suoi scolari.
Il signor professore Z. — là dove incastra — mi informa che la mia scena dei costumi di Sparta è un anacronismo: perchè «quelle antiche costituzioni, quelle antiche costumanze essendo anteriori di quattro secoli a quell'epoca erano già tolte dall'uso.» Davvero? Allora io informerò il signor professore Z. che quelle antiche costituzioni, quelle antiche costumanze ci vengono confermate dal coetaneo e condiscepolo di Alcibiade, Senofonte; che Senofonte è fra tutti gli scrittori greci il più autorevole nelle cose attinenti agli Spartani[162] fra i quali lungamente visse e coi quali lungamente militò; e quelle leggi ed usanze egli le registra siccome ancora esistenti ed in vigore a Sparta al tempo suo, nella Repubblica di Lacedemone, ch'è uno degli opuscoli della sua vecchiaia, scritto in conseguenza molti anni dopo che Alcibiade stesso era già morto!
Cito questa ragione, che taglia la testa al toro, per farla spiccia; che se poi volessi essere severo, allora con rincrescimento dovrei trovare sconveniente e fenomenale che un critico professore ignori come la costituzione di Licurgo era appunto nel suo più bel fiore ai tempi e di Alcibiade e di Platone, il quale, dopo studiatala sul vivo, la tolse a modello ne' suoi libri politici della Repubblica e delle Leggi; che un critico professore ignori la testimonianza di tutti gli scrittori sulla fenomenale durata delle leggi di Licurgo, delle quali Tucidide e Lisia parlano siccome in pienissimo vigore al loro tempo, già dopo finita la guerra del Peloponneso[163]; delle quali Plutarco ricorda come traversassero intatte ed inalterate lo spazio di oltre cinque secoli[164] da Licurgo (800 circa av. l'E. V.) in giù; anzi di sette secoli, sino all'anno 190 avanti l'E. V., secondo Livio[165] e secondo Cicerone[166]; anzi di otto secoli, se si vuol dar retta a Macchiavelli: «Licurgo ordinò in modo le sue leggi a Sparta, che dando le parti sue ai re, agli ottimati, ed al popolo, fece uno stato che durò più che ottocento anni con somma laude sua e quiete di quella città»[167]. — Ma fermiamoci ai cinque secoli abbondanti di Plutarco, che son la cifra giusta, e ce n'è d'avanzo. —
E ancora, se volessi esser severo, noterei che quello sproposito del signor professore lo denota affatto digiuno di studj di critica storica; poichè se è logico e naturale che l'autore drammatico faccia attribuire da uno Spartano le leggi di Sparta a Licurgo, viceversa è strano che un professore ignori come le così dette leggi di Licurgo non fossero in ultima analisi che le antiche costumanze di tutti i popoli dorici, assai più antiche di Licurgo stesso, delle quali egli — od altri per lui — non fece verosimilmente che ravvivar l'osservanza, riportandole al tipo primitivo, che se n'era conservato più che altrove fedele in Creta; che Licurgo non è in fondo se non la personificazione — alquanto mitica — (come lo attesta il culto tributatogli in Isparta) di usanze e di leggi che non potevano già essere l'opera improvvisa ed isolata di un uomo, ma bensì il portato del genio, dell'indole, del carattere della stirpe, e perciò nate può dirsi insiem con lei, fra i dirupi delle sedi native, a piè dell'Olimpo; che una costituzione infatti, la quale toccava le corde più intime della natura umana, e regolava a suo modo i più importanti e gelosi fra i diritti naturali dell'uomo, non avrebbe potuto durar rispettata, nonchè cinque secoli, neppure cinque anni, da tutto un popolo, se non fosse stata ingenita alla sua natura stessa, già fatta per così dire carne e sangue con lui e confondentesi colle sue origini;[168] il che spiega appunto come e perchè quelle leggi abbiano potuto durar tanto, e come, per istabilirne così cervelloticamente come fa il prof. Z. la data del principio e quella della fine, quelle leggi bisogna non averle affatto affatto nè studiate nè capite.
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Altra scoperta del signor critico professor Z. che, speriamo almeno, non sia professore di storia greca.
«Ad Atene i plebei erano possidenti e chi non possedeva poteva essere commerciante, agricoltore, artigiano, ma non perveniva giammai alla cittadinanza, al godimento dei diritti politici.»
Ohibò! ohibò! Ad Atene, giusta la costituzione solonica, la quarta classe dei cittadini abbracciava appunto i plebei proletarj (θῆτες, capite censi) che o non possedevano che al disotto di 150 dramme di rendita annua, o non possedevano un bel niente — e si guadagnavan la vita col lavoro. Ed essi godevano dei diritti politici (sicuro, signor Z.) comuni alla loro classe e alle altre tre, esercitando il loro ufficio di cittadini, sia come popolo sovrano nell'assemblea, sia come eliasti ne' tribunali[169].
Meglio ancora. Perfino gli schiavi e i meteci, anche non possedendo, potevano passare nella classe dei cittadini per benemerenze verso la repubblica o i loro padroni, servigi in campo o sulle triremi, ecc., ecc.
Via, sentiamone un'altra — sempre del signor Z: