«Ad Atene erano schiavi tutti quelli che esercitavano le arti manuali. La repubblica non permetteva il lavoro: non riconosceva per cittadini quelli che erano obbligati a corrompere il corpo esercitando un mestiere. Chi faceva da governatore, da giudice e da soldato, chi costituiva la democrazia e la repubblica non era la moltitudine che lavorava.»
Ecco: era precisamente e semplicemente tutto il rovescio.
Ad Atene le leggi soloniche punivano l'ozio, e, lungi dal proibire il lavoro, lo imponevano ai cittadini per obbligo; e un mestiere bisognava averlo; di Solone[170], scrive Plutarco ch'egli ai mestieri aggiunse dignità (ταῖς τέχναις ἀξίωμα περιέθηκε) e gli Areopagiti vigilavano perchè i cittadini poveri si guadagnassero tutti la vita con qualche arte manuale.
E appunto perchè i cittadini poveri, dovendo attendere a bottega al mestiere di cui campavano, non potevano frequentare abbastanza il foro, e i ricchi quindi, nemici a Pericle, vi restavano in maggioranza, Pericle ci rimediò chiamando i poveri coi tre oboli: ai quali un po' per volta essi pigliarono tanto gusto, che ai tempi di Alcibiade il più degli artigiani piantavano lì la mattina il loro lavoro e i loro arnesi, per andar a far da giudice nei tribunali. Ecco perchè, signor Z., nel secondo atto del mio dramma, la vede correre al foro cittadini falegnami, mercanti e calzolai. Ed eccole come la moltitudine che lavorava — ma, per quegli oboli benedetti, trascurava il suo lavoro, — governava proprio essa la repubblica; laonde il buon Senofonte introduce Socrate a lamentarsi perchè a' suoi tempi il foro (attento signor Z.) appunto riboccava di lavoratori, di calzolai, di fabbri, di agricoltori, di mercanti e simili[171]: e Platone anch'egli, sempre per bocca di Socrate, enumerando i cittadini che dan consigli nella Assemblea sulla amministrazione della città, nomina «architetti, fabbri-ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri ecc.»[172].
Ed Ella mi scrive che il foro era vietato agli artigiani! come si fa, ai nostri giorni, con tanti studj e tanti progressi della critica storica sull'antichità, a parlare ancora di storia greca a questo modo![173]
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Quanto agli altri giudizi del signor Z., per quanto severi, Dio mi guardi dal pigliarmela con lui.
Il signor Garofalo scrive[174], da quel buon monarchico ch'egli è, che «il popolo corrotto di Atene è il popolo di tutti i tempi e di tutti i luoghi in una repubblica democratica» — e il signor professor Z. mi ripete[175], che «infine quel popolo così corrotto è il popolo di tutti i tempi, di tutti i luoghi, quando la democrazia impera, quando la repubblica governa.»
Il signor Garofalo scrive che Timandra è fredda «perchè manca nel suo carattere la causa di tanto amore e ciò che non ha causa non commuove» — e il signor Z. mi ripete, che «in Timandra manca ciò che più importa, la causa dell'amore e un amore che non è definito non può commuovere.»
Il signor Garofalo scrive: «Alcibiade così felicemente delineato nei primi atti, dopo non è più il medesimo: l'autore lo abbandona: e diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più a donne e piaceri» — e il signor Z. saviamente osserva: «Alcibiade è ben delineato nei primi atti: ma dopo diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più alle donne, i piaceri non lo esaltano più.»