«Per questa volta, grida l'uno, tocca ai monarchici mostrarsi più repubblicani del rappresentante di Corteolona[4].
«Quella repubblica ateniese, grida l'altro, non merita lo scudiscio dai lacerti avvelenati. Il deputato di Corteolona avrebbe dovuto, in vista della repubblica avvenire, usar un po' più di cortesia verso una delle più grandi repubbliche del passato[5].»
«Il popolo d'Atene,[6] ribatte il terzo, era forte, gagliardo, pieno d'amore per la patria: e il signor Cavallotti lo ha calunniato; ha falsato la storia e ha fatto offesa alla giustizia.» E tira via.
Tutto questo si stampa e si grida sul serio in coro, da quella vostra facezia in poi: ah, voi certo non pensavate, scrivendola, che m'avreste buttato sulle braccia tutto questo stormo di pappagalli.
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Ora che l'accusa (vorrei dire la calunnia) è formulata, bisogna bene che io me ne difenda. E per difendermene, niente di meglio che rimontare alla origine e rispondere a quello che l'ha messa in giro.
Mi difendo, per rispetto a me, e a' miei principj; mi difendo per rispetto alla verità storica — la quale anch'essa è una dama che merita di essere rispettata.
Poichè avverto qui — una volta per tutte — e prego i maligni a tenerselo per detto — che non è già del merito artistico dello Alcibiade che si tratta in queste pagine mie. Quello lo abbandono intero al pubblico ed ai critici di tutte le specie e di tutte le categorie: io per il primo so benissimo d'avere scritto tutt'altro che un capolavoro; anzi spesse volte mi arrabbio contro di me, pensando alle tante e belle cose che vi avrei voluto mettere e che non ho saputo o potuto; perchè qui la ragion del dramma, lì la ragion poetica, altrove la ragione storica me lo impedivano, e alla scarsezza del mio ingegno non era dato di armonizzare e combinare insieme tutti quei criterj diversi.
Sul valore intrinseco dell'Alcibiade, ripeto, non solo intendo nel senso più ampio la libertà de' giudizj del critico, competente o incompetente, benevolo o malevolo — ma rinunzio alla parola per difendermi.
Io non ho a difendermi se non dalle critiche che toccano la mia coscienza d'artista — e un po' anche d'uomo politico. Questo è il mio diritto, e il critico egregio dell'Opinione ha la bontà di riconoscerlo. Mi si accusa di aver falsata la storia: chiedo licenza di interrogarla. Si interpretano a rovescio i miei intendimenti: chiedo licenza di spiegarli.