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Perchè di intendimenti, nello scrivere l'Alcibiade — e nelle proporzioni in cui l'ho scritto — io ne ho avuto parecchi. E vada per il signor Roberto Stuart che mi rimprovera di non averne avuto nessuno. Non li avrò raggiunti: d'accordo: chi troppo vuole, nulla stringe: colpa mia. A me basta far sapere quali erano.
Primo: Un intento drammatico (non ne dispiaccia a coloro che si sbizzarrirono intorno a quel mio titolo di scene e vi vollero scorgere — troppo benevoli — una scusa e una attenuante per me). Scrivere un dramma — proprio, un dramma — in cui fossero — compatibilmente colle forze mie — i requisiti per ciò richiesti — azione, passione, caratteri — e sopratutto verità. E in questo, caro Yorick, vi ringrazio d'aver indovinato il mio pensiero[7]. Perchè se non avessi avuto intenzione di scrivere un lavoro drammatico, avrei cominciato col non dare il lavoro alle scene. Soltanto, è una mia idea, e di qualcun altro, che ciò che chiamasi il dramma possa svolgersi tanto in un ordine di fatti del mondo esterno, quanto nel fondo dell'anima d'un uomo. È una mia idea che dramma voglia dire contrasto di passioni, e che questo contrasto, questa lotta possa succedere tanto fra più individui, quanto in un individuo solo: anzi tanto più violento, quanto più angusto il campo. In un caso l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti materiali e di persone, che esige, perchè l'urto delle passioni e dei caratteri abbia a scaturirne, una tal quale unità materiale esterna, rispetto al tempo e al luogo: nel secondo caso, l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti psicologici molteplici e contrarii dai quali appunto sviluppasi l'urto in causa dell'unità del personaggio.
In un caso il rapporto di necessità è fra gli avvenimenti; nell'altro è fra le passioni del personaggio e le fasi della sua vita. Unità materiale l'una, unità psicologica l'altra, unità drammatiche entrambe. Tocca all'artista il fare che questa seconda unità sia poi veramente tale; che cioè non consista soltanto nella identità del personaggio (non ci è sugo nè costrutto nè senso drammatico a divider per scene la vita di un personaggio sia pure insigne, al solo scopo di rappresentarne la vita) ma che le fasi scelte della sua vita abbiano la loro ragione e il loro nesso in quelle date passioni, da cui risulti l'armonia del concetto drammatico e l'unità del contrasto.
Questo ebbi di mira scrivendo l'Alcibiade, e scegliendo per ciò a preferenza il tipo di un uomo che fu appunto la sintesi più mirabile di quanti contrasti si sia mai divertita ad accumulare in un solo individuo la natura. S'io abbia raggiunto quel mio intento, ripeto che non so, anzi son lontano dall'affermare; soltanto so, che, di quelle mie idee sul dramma e su modi varj di intenderne l'unità, potrei appellarmi ai grandi maestri dell'arte. Chi cerca il rapporto di necessità fra le scene del Coriolano? Chi lo cerca fra le scene del Sardanapalo? Eppure in pochi capolavori l'unità drammatica è più potente. Nel Nerone del mio ottimo amico Cossa quale rapporto di causalità materiale, quale nesso necessario di avvenimenti, quale ragione risultante dall'intreccio della commedia, perchè al primo atto debba succedere la scena della taverna, e poi nel palazzo la scena coll'astrologo, e poi quella del triclinio, e poi quella nella Suburra? Quale ragione, se tutte quelle scene stanno da sè, affatto indipendenti una dall'altra? oh bella, la ragione che il mio amico Cossa voleva far scaturire il dramma dal carattere del protagonista e chiese il nesso armonico fra le scene all'armonia tra le fasi del carattere. Lo chiese — e l'ottenne nel modo splendido che si sa. E non mi si venga a dire che ivi l'azione è sempre in Roma e gli atti non son separati che da ore o da giorni: una volta tolto il rapporto di necessità fra un avvenimento e l'altro — che la distanza che li separa sia di ore o di anni, di un chilometro o di mille, al dramma che ne fa? Il distacco è lo stesso e la questione in faccia all'arte è la stessa.
Ma perchè dunque chiamar scene il lavoro? L'ho chiamato scene perchè in esso l'intento drammatico era il primo, ma non il solo; perchè ve n'era qualcun altro a cui quel titolo s'attagliava; perchè non m'immaginavo che i pedanti si sarebbero fatti un'arma contro di me di quella parola e ne avrebbero cavate delle critiche, a cui, se io non l'avessi posta, non avrebbero pensato; e perchè in fine — oh bella! — mi è piaciuto di chiamarlo così. E sfido a provarmi che questa non sia una ragione che taglia la testa al toro.
Ma i caratteri? e i personaggi? di questi, se permettete, parleremo poi: e vengo alla seconda ragione del lavoro.
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Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli studiosi una pittura, dei quadri, delle scene della vita greca del secol d'oro, colta nella sua fase forse più caratteristica e culminante: in quel periodo cioè di transizione — della guerra peloponnesiaca — che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta della repubblica d'Atene. Presentar quella vita studiata nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel linguaggio, sopratutto: giovandomi delle fonti classiche antiche e dei lavori critici più recenti. Ho detto sopratutto nel linguaggio: perchè in questo almeno mi pareva di poter tentare, colle mie povere forze, qualche cosa di utile e di non tentato ancora.
La letteratura moderna, specialmente straniera, ha rievocato e ha ricostruito, in opere romantiche, la vita greca dell'antica età. Per non parlar dei viaggi di Anacarsi del buon Barthelemy e dei viaggi di Antenore, i romanzi greci di Wieland nel secolo scorso, e nel nostro il Caricle (Bilder des griechischen Privatlebens) di Becker e il Pericle e Aspasia di Laudor hanno contribuito a popolarizzare, fra le classi meno dedite agli studj eruditi, i costumi, le leggi e le dottrine della Grecia del secol d'oro.