Ma il linguaggio vivo — che è pur lo specchio del genio di quel popolo e della fisionomia di quell'epoca — sfuggiva naturalmente per la massima parte a questo lavoro di ricostruzione. Il linguaggio vivo sfugge alla forma del racconto, non può altrimenti ritrarsi e popolarizzarsi che per la forma viva del dialogo — la forma drammatica. D'altra parte, non era certo a ritrarre quel linguaggio che servivano i drammi e le tragedie greche del secolo scorso e più addietro — non aventi di greco altro che il nome — e le traduzioni che usavansi fare dei comici, dei tragici e degli altri autori greci, sopratutto de' prosatori: dove il traduttore si faceva un obbligo di coscienza di tradurre a senso, ossia interpretare la parola greca, la frase greca con un ribobolo o un proverbio di stampo tutto moderno; e credeva aver raggiunto il non plus ultra della bravura quando era riuscito a travestir completamente il povero greco all'ultima moda, tanto che fosse bravo chi capisse che quello era un greco che parlava. Più tardi, è vero, all'estero e in Italia, si cominciò a tradurre i classici con più coscienza dell'arte e più rispetto all'autore: le licenze dell'abbate Cesarotti, per quanto figlie d'ingegno ardito, cominciarono a passare per quel che erano, per delle irriverenze belle e buone. E quando si ha nome Omero e Demostene si può pretendere a un poco di creanza. — Il buon Gozzi, ingegno greco, dava il buon esempio e traduceva squisitamente Luciano. Più tardi sorgeva Foscolo: più tardi doveva nascere Leopardi. Ma già dai principj del secolo Francesco Negri e il Lamberti regalavano all'Italia traduzioni mirabili di greca fedeltà ed eleganza: in attesa che Felice Bellotti le desse il teatro de' tragici. Oggi nell'Aristofane del Cappellina, nel Luciano di Settembrini, nel Tucidide di Peyron, nel Demostene dell'Anelli e dell'egregio mio collega Mariotti (più elegante ed efficace il primo, più fedele il secondo, attici entrambi) possiede l'Italia traduzioni insigni che rendono la fisionomia degli scrittori e onorano gli studj e la letteratura. Ruggero Bonghi andò alquanto più in là e gli scrupoli della fedeltà lo portarono all'esagerazione. Egli dimenticò che la forma del traduttore dev'essere greca, senza cessare di essere italiana. Le sue traduzioni platoniche rispettano perfino nella giacitura delle parole le membrature più minute del periodo di Platone, ma rompono le ossa qualche volta alla grammatica del Fornaciari. E il buon gusto insieme molte volte se ne va: egli è che il traduttore che traduce un artista dev'essere artista anche lui. Con tutto questo la fedeltà resta un merito notevole delle traduzioni bonghiane, reso più notevole dalla erudizione ampia che le accompagna. Ma le versioni del Negri e del Settembrini e del Mariotti e del Bonghi forse ancora non servono a famigliarizzare il gusto italiano colle forme della prosa ellenica: voi sapete, Yorick, meglio di me quanti sono che leggano e conoscano in Italia ai dì nostri Demostene e Luciano, Platone ed Alcifrone: e voi siete troppo virtuoso e pudico (migliore certo in questo della fama) per consigliare ai giovanetti di aspirare il profumo delle eleganze greche nel profumatissimo Aristofane del Cappellina.

Pensai che l'arte scenica è fra tutti i fattori della coltura il più popolare e il più efficace: e che poteva per avventura tornare non inutile affatto un modesto tentativo inteso a ritrarre colle forme popolari del dramma una parte essenziale della greca antichità: perchè il linguaggio di un popolo è il prodotto della sua indole, delle sue tendenze, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi dell'età lontana nel mondo della realtà. Lo pensai, perchè senza credermi un pedante, senza correr dietro alla retorica del classicume, e con tutto il rispetto possibile agli scrittori della scuola realista, sono intimamente convinto che l'ostracismo bandito all'arte greca dai moderni innovatori non ha nulla di serio; perchè credo che la lingua nostra e le tradizioni dell'arte e del genio nostro ci rendano pur debitori di qualche cosa a quei poveri nonni di Atene, e che se l'influenza degli studj classici, senza riportarci agli sproloqui dell'Arcadia, si verrà armonizzando colle nuove forme dell'idioma create dai nuovi bisogni e dalle nuove idee, — la purezza della lingua, l'eleganza, e il buon gusto ci guadagneranno un tanto.

Naturalmente, accennando a questo mio tentativo, accenno al lavoro nella forma prima in cui lo scrissi, in cui vedrà fra poco la luce per le stampe. Nella riduzione pel teatro, attuare il tentativo era impossibile fuor che in parte. Molto dovetti concedere alla ragione drammatica: gran numero di locuzioni greche soppressi: altre modificai per l'intelligenza delle scene: serbai della forma prima solo quel tanto che significasse l'intento letterario del lavoro. S'io abbia avuto torto di propormelo, o se io l'abbia in parte raggiunto, il lettor cortese del dramma stampato giudicherà.

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Terzo intento del lavoro: un intento morale. Di questo non si scandalizzeranno almeno coloro i quali opinano che il teatro dev'essere un pulpito e che ogni lavoro drammatico deve avere la sua brava tesi morale da risolvere. Senza ambire il vanto di moralista nè di predicatore, per una volta tanto la mia tesi ce l'ho messa anch'io. Intendiamoci: siccome io non la penso come quei signori, alla tesi già non sagrificai lo sviluppo dell'azione; e mi guardai bene dal processo dimostrativo; ma da che mi si affacciò — e un concetto morale scaturiva spontaneo dallo argomento — no 'l trascurai: anche perchè dava al dramma un altro carattere di unità.

E il concetto è accennato nella comparsa appositamente fuggitiva (quasi staccata dal resto della scena) del misantropo Timone nel 2.º atto, che si lega alla catastrofe del dramma.

Mentre Alcibiade inganna il popolo ed empie Atene delle sue dissolutezze, Timone lo maledice e preconizza in lui il flagello della città. Alla fine, Alcibiade il dissoluto rotto a ogni vizio, il demagogo intrigante, ambizioso, e corruttor della plebe, Alcibiade, fatto migliore dalla sventura e dall'amore[8], riscatta le colpe della vita coll'opere generose, coi propositi generosi degli ultimi giorni, con una morte da eroe. Egli è che non bisogna disperar mai della natura dell'uomo, la più corrotta e pervertita, finchè essa sia aperta alla voce di un affetto, e in lei vibri la corda — sia pure una sola — di un solo nobile istinto.

E intorno ad Alcibiade, due altri esseri smentiscono Timone. Là in mezzo alle brutture che deturpano e trarranno a rovina la gloriosa città di Milziade, il misantropo disperato impreca l'umanità malvagia; alla fine, Alcibiade proscritto sogna il misantropo riconciliato coll'umanità[9], perchè la virtù non è scomparsa dalla terra: e delle due classi della società più disprezzate, sono i due esseri che soli restan fedeli al proscritto nella sua sventura. I nepoti di Temistocle e di Aristide condannano a morte i capitani vittoriosi delle Arginuse, pagano Alcibiade d'ingratitudine nera; una etèra e un parassito si sagrificano per lui. È la fede nell'umanità, attraverso i suoi delitti e le sue sventure, opposta al misantropismo e alla disperazione de' suoi destini.

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Eccomi infine ad un ultimo intento dell'Alcibiade mio: e questo si racchiude in una considerazione storica e politica, — che Socrate accenna fino dal principio del dramma.