Ed era bello il dirsi in quei giorni cittadino ateniese: nome che era lo spavento della Media, l'orgoglio della Grecia: titolo d'onore ambito — e indarno — dai re.

Abolita la nobiltà ereditaria, fondata sulla rendita la divisione delle quattro classi, la dignità del cittadino s'era rialzata e rafforzata nel sentimento dell'uguaglianza: il cittadino trovava nel merito individuale, nel censo, e quindi nel lavoro che lo creava, la via per giungere agli alti gradi: l'esercizio dei pubblici uffizj, esteso da Aristide anco all'ultima classe, rappresentava ad un tempo per lui l'adempimento di un dovere, e l'uso di un diritto che era il più ambito compenso a sè medesimo.

Non pagato nelle assemblee, non pagato nei tribunali, il cittadino ritrovava pura e completa nel suo disinteresse la coscienza della sua sovranità: e questa ispirava gli alti, magnanimi propositi: e l'emulazione nobile, severa, per il pubblico bene governava le libere adunanze.

Indi più profondo il sentimento del dovere: indi più grande l'idea della patria. In essa era tutto, per essa tutto: e caro al cittadino lo ecclissarsi innanzi a lei. L'ambizione individuale non pensava a cercar le vie della tirannide. Ai valorosi e benemeriti compenso sufficiente una modesta iscrizione sulle Erme[12], e l'essere da uguali in virtù tenuti degni di primeggiar fra loro[13]. E niuno sdegnava tal gloria: niuno diceva: a Salamina Temistocle, a Maratona Milziade pugnò: ma bensì là gli Ateniesi: qui la repubblica[14].

E in quella modestia ispirata dal senso dell'uguaglianza e del dovere ritempravasi la repubblicana austerità. «Le case di que' prodi da noi tutti venerati sì modeste apparivano e sì temperate a popolare uguaglianza, che se alcuno di voi oggi vedesse quelle di Temistocle, di Cimone, di Aristide, di Milziade e di molti altri magnanimi, non le discernerebbe dalle vicine»[15].

E ritempravasi nella emulazione, più fecondo e magnanimo, il disinteresse: allora Aristide disponendo di tutti i tributi neppur d'una dramma crebbe gli averi e morto dovette fargli le esequie la repubblica[16]: allora il popolo, consigliato da Temistocle, rinunziava volonteroso alle distribuzioni dell'argento del Laurion, assegnato ai men ricchi cittadini: e con quell'obolo spontaneo del povero si costruivano le navi che dovean salvare la Grecia[17].

Tenuta la corruttela delitto esecrando in tanta gara di disinteresse e di virtù, la legge puniva di morte e di infamia i corruttori per danaro del popolo e dei giudici; e i corrotti insieme; e non parea pena soverchia[18]: chè la austerità del costume e la pubblica coscienza la sanzionavano.

«Vi aveva allora, Ateniesi, ne' petti nostri quello ch'ora mancò, quello che trionfò dell'opulenza persiana, che serbò libera la Grecia e in terra, in mare indomabile. Allora chi vendeasi ai tiranni, ai corruttori della Grecia, tutti l'esecravano: la corruttela era orribil misfatto: atrocissimo il castigo: taceano le brighe e la pietà. E non della opportunità, non della greca concordia, non dell'odio ai barbari e ai tiranni niun oratore, niun duce facea mercato»[19].

Indi la virtù fatta scala agli onori e al governo della cosa pubblica: poichè a capo di questa stavano gli oratori che dirigeano le discussioni e i voti nelle popolari assemblee: e il nobile diritto di dar consigli alla città non bastava a conferirlo il talento — ma sì la vita irreprensibile. Indi sindacata la condotta privata degli oratori; espulsi dalla bigoncia coloro dei quali le private virtù non dessero garanzia delle pubbliche; i prodighi, gli scioperati, i trascurati verso i genitori, i tardi e i riluttanti a pigliar l'armi e i segnati di viltà nelle battaglie; gl'impudichi, i notati di turpi vizi, i dediti all'orgie e alle voluttà[20]: perchè giustamente stimavasi indegno di consigliare il popolo, chi i consigli non accompagnasse colla austerità degli esempj.

Poi che l'esercizio della sovranità non era ancor fatto impiego venale, e di esso non si campava, e ancor non era la bazza dei tre oboli nè del dicastico nè dell'ecclesiastico, — tanto più onorato e rispettato il lavoro: salite in dignità le arti, i mestieri[21] (attento, sig. Z della Livornese, che in proposito ne ha dette di grosse); invigilarsi dagli Areopagiti di che arte ognun campasse onestamente la vita; punito l'ozio, la questua: notato d'infamia il recidivo[22].