Fàn. ... al pari degli altri può, e più degli altri, deve dare ad una giovane compagna; e che potrebbero compensarla...
Mèn. (prosegue ironico la frase) ... di quell'altre che le mancassero. Benissimo. E insomma...
Fàn. (impazientito) Oh insomma io dico che tu trascuri Aglae. Non hai premure per lei. Aglae non è contenta. Aglae non è felice...
Mèn. (a parte sospirando) (Pur troppo!)
Fàn. E non è questo che sperava mio padre, non è questo che speravo io...
Mèn. Già, già! lo so, quello che tu credevi, che tu speravi. Tu speravi che io rinnovassi il miracolo di Jolao, quando nel furor della battaglia ricuperò le forze giovanili[159]. Speravi che Giunone Nuziale non si pappasse i sagrifici a ufo, e bastassero i cestelli di fichi a portar nella casa nostra le gioje, e bastasse la focaccia di sésamo a portarvi la fecondità![160] Speravi che io ti facessi zio di una bella corona di nipotini, di amorini vispi, ricciutelli, paffutelli, per indennizzarti di quelli che ancora aspetti dalla tua Crìside... dopo dieci mesi che l'hai sposata. Uh vergogna! vergogna!...
Fàn. Ma io ti dirò...
Mèn. (interrompendolo) Ma io ti dirò che il padre di Crìside, quando te l'ha data, ha ben pronunciato le parole sacramentali: Ti consegno mia figlia, perchè ne nascano figli legittimi:[161] e tu l'hai promesso e giurato. Aglae, quando io la sposai, era orfana, e quindi io... quella promessa non l'ho fatta a nessuno.
Fàn. (risentito, accorgendosi dell'intonazione comica di Mènecle) Mènecle! ti prego, per Giove! di cessare lo scherzo...
Mèn. Sì, giusto, invoca Giove, ch'è il custode de' giuramenti. Te la darà lui... Ma vedi, bizzarria de' giudizi!... Il buon Mènecle, quell'asino di Mènecle, tra sè e sè, avea pensato: Che cosa mai di bello può fare un marito vecchio in casa di moglie giovane?! Che cosa di bello può mai, se non lasciarle mancare quel meno che è possibile, e starle, quel più che è possibile, fuori dei piedi? O dovrà trastullarsi a provarle indosso la veste color di croco e gli stivaletti regalatile per la festa della Dea? Sarebbe, qui tra noi, amareggiarle il regalo. O farle delle mani arcolaio e reggerle i fili di lana, intrattenendola di quel che s'è discusso nell'assemblea e sotto i portici? Anche Ercole filava per Onfale, ma era giovine, ed era Ercole: e pure Onfale ci si annoiava. Non resterebbe che raccontarle ancora la mia campagna di Sicilia di 36 anni fa, e la battaglia di Catania, e la strage al passaggio del fiume Asinaro, e come innanzi di arrendermi ammazzai quattro nemici, e come fummo rinchiusi nelle Latòmie e come scappai... Ce n'è per tre sere... e poi? a furia di raccontargliela, mia moglie la sa a memoria. Un giorno, per cambiare, mi provai a rifarle la storia, e cominciai: Appena fummo arrivati sulla riva del fiume... lei non mi lascia finire e impazientita tira via: «Appena foste arrivati sulla riva del fiume, le retroguardie avvisarono la presenza di un nugolo di nemici; Nicia passò a cavallo sulla fronte delle schiere, le trombe risonarono...» e patatì... e patatà... la sapeva meglio di me. Ma che stizza, che stizza, ci metteva!... Quando arrivò al punto della fuga dalle Latòmie, ho avuto fin paura che pel dispetto vi appiccicasse una variante e invece di farmi fuggire, la mi facesse prendere e accalappiare!... (pausa, indi sospirando) Eh, forse per lei sarebbe stato meglio!