Fàn. (vedendo Mènecle riscaldarsi, impressionato dalle sue parole, gli parla affettuoso e pacato) Mènecle, io sarò stato ingiusto: tu però ora lo sei con te stesso. Se torto vi fu nel passato, in faccia a mia sorella, fu mio: ma tu che di Aglae e della sua felicità ti dai pensiero, pensi tu che ella, così fiera, sarà più felice, il giorno ch'ella vedrassi restituita la sua libertà a prezzo di un affronto al suo amor proprio? e che il divorzio non chiesto da lei avrà dato il suo nome in pasto alla maldicenza della città?...

Mèn. Sì... se non chiesto da lei... Ma e chi... (si appressa a Fània e continua, dopo una pausa, a bassa voce) chi impedisce a lei di chiederlo?... E a te di suggerirglielo?...

Fàn. (esitante e sorpreso, quasi in nube indovinando il pensiero di Mènecle) Che?... e tu credi...

Mèn. Io credo che Giove non m'abbia permesso di salvar Epònimo dal carcere di Siracusa, per far della mia casa un carcere a vita alla sua figliuola. Oh, Fània, la vecchiaia è incresciosa a sè stessa, ma lo è ai giovani doppiamente. Capisco la legge di quei di Ceo[165] che davano ai vecchi la cicuta per fare ai giovani un po' di posto. Io, della cicuta, per ora... faccio anche senza: ma se ai canuti la solitudine è triste, meglio per Mènecle il vivere infelice da solo, senza il rimorso che per sua colpa si viva infelici in due...[166].

(Tanto Mènecle che Fània son commossi).

Fàn. (stringendogli la mano) O Mènecle! Se Aglae sapesse...

Mèn. Aglae non dee saper nulla. Sicchè le consiglierai di andar dall'arconte?[167]. Parlerai ad Aglae?...

SCENA V.

Mènecle, Fània e Aglae.

(Aglae si è già affacciata alla soglia verso la fine della scena precedente ed udendo parlar di lei si è ritratta indietro. Si avanza alle ultime parole di Mènecle).