Agl. (che s'è accorta, sorridendo a Fània) E se robusto non fosse, ti farebbe strillare in quel modo?...

Fàn. (irritato dal pizzicotto e prorompendo) Sì, strillo, perchè tu ti lamenti in cuor tuo e poi qui adesso, in sua presenza, per generosità lo difendi... e al modo ond'ei ti tratta, non lo merita, non lo merita, non lo merita!... E io sono una bestia a pigliarmela a petto e a perdere il mio tempo per buscarmi in compenso delle ramanzine!... Lamentati ancora! (ad Aglae) e aspetta ch'io me ne occupi un'altra volta!...

Agl. Oh, bravo, per Cerere! farai bene!...

Fàn. (ad Aglae stizzito) Tientelo, godilo il tuo Mènecle!... e amatevi sempre così, che gli Dei vi premieranno!... (a Mènecle passandogli vicino) (Già che andate così bene intesi, sbrigatevela da voi!...).

(Esce concitato, liberandosi da Mènecle che vorrebbe trattenerlo).

SCENA VI.

Mènecle e Aglae.

Mèn. (a sè) (Bravo!... e lascia me nelle peste!... Pure da qui bisogna uscirne. Animo Mènecle, sii onesto! (guardando Aglae, e parlando sempre fra sè) Dopo tutto quel bene che pensa di me, doppio obbligo di essere con lei galantuomo!).

Agl. (a sè) (Ora a noi! soverchiar Aglae!) (a Mènecle che passeggia borbottando) Mènecle!

Mèn. Che c'è?