[154]. ‘Ἠκω γὰρ ἐς γῆν τήνδε καὶ κατέρχομαι. — Cfr. Aristof., Rane, v. 1128.

[155]. Cfr. Platone, dial. Parmenide, Eutidemo, Sofista. — Già abbiamo visto i sofisti in Atene fatti segno alla satira della commedia antica, nelle Nubi di Aristofane, che ebbe il torto di confondere tra i sofisti Socrate, il loro grande derisore. Era però una satira e una celia che volgeva al serio, perchè in fondo era una reazione dello spirito conservatore contro le nuove idee filosofiche, e mirava alla sostanza di queste, attaccandole come novatrici, pericolose e sovvertitrici della religione e de' costumi; onde lasciava tale solco dietro di sè, che a distanza di anni potea tradursi nella accusa di Melito. Al tempo della commedia di mezzo, specialmente rappresentata dal comico Antifane, (e che comincia a fiorire giusto intorno all'epoca dei personaggi della mia Sposa) sofisti e filosofi hanno nella vita e nella società ateniese un posto e un'importanza anche maggiori; e la satira contro di essi sul teatro continua — e i sofisti nella commedia ne fan larghe spese — è però divenuta una celia innocua che si prende spasso delle loro arie d'importanza, delle lor sottigliezze e distinzioni cavillose, come di un tema qualunque di scherzo: e pur non senza riflettere la segreta lenta influenza che le nuove dottrine filosofiche dagli orti di Academo vanno irradiando sui costumi. Di queste satire sui sofisti hai esempio in un frammento del Pitagorico di Aristofane (fr. 3. Mein., Frag. com. græc., III, 362) e in un altro frammento di Antifane, in un dialogo tra padre e figlio — quegli non dotto e questi discorrente nel gergo sofistico — dialogo che ricorda le scene comiche delle Nubi tra Strepsìade e Filippide tornato dalla scuola di Socrate; e col quale hanno riscontro le goffaggini sofistiche di Blèpo in questa scena (cfr. Antifane, Κλεοφάνης; Mein., Fr. com. gr., III, 64). Più acre giudizio de' sofisti al tempo della mia commedia, e cioè non dei veri filosofi ma dei rètori spacciatori di vuote e presuntuose ciancie filosofiche, hai nell'arringa contro i medesimi, del contemporaneo oratore Isocrate. — Vedi poi, circa i sofisti in Atene, anche le mie note all'Alcibiade, att. II, n. 35, 36, 37.

[156]. Eurip., Alceste, v. 528.

[157]. «Che pazzie le son queste? E cosa mi conti, che l'uom savio deva bazzicar nel Liceo co' sofisti, gente magra, che digiuna, vive di fichi?» Antifane, Cleofane.

[158]. Vedi le orazioni di Isocrate, Contro i sofisti e l'Elogio di Elena.

[159]. Sofocle, Eraclidi. — Luciano, Dial. dei morti, 5.

[160]. Qui e più sopra si accennano alcuni simboli e riti delle cerimonie nuziali fra' Greci, e in particolare nell'Attica. Tali le corone di lauro e d'edera conteste, appese alla porta della casa nuziale, grazioso emblema dell'union coniugale, e della debolezza femminile chiedente protezione alle virili virtù del marito, simboleggiate nella fronda sacra al genio e al valore. Tali, nel sagrificio a Giunone (‘Ἠρητέλεια) e agli altri Dei nuziali (sagrificio che precedeva le nozze) il fausto apparir di due tortore o due cornacchie all'altare; promettenti quest'ultime, come simbolo di longevità e fedeltà, il prolungarsi dell'amore tra gli sposi fino agli anni tardissimi. Tali ancora i cestelli di fichi e d'altre frutta che venivano imposti un momento sul capo degli sposi, al toccar della soglia maritale, in augurio di letizia e di prosperità: e altro augurio di più intime gioie, le gioie della fecondità, era la focaccia di sesamo spartita ai convitati, nella cena nuziale che in casa dello sposo coronava fra canti e danze e suoni e fiaccole la festa.

[161]. Παίδων σπόρῳ τῶν γνησίων δίδωμὶ σοι τὴν ἐμαυτοῦ θυγατέρα — Cfr. il passo di Demost., C. Neera, 1386, citato nella nota 48 al Prologo: e Alcifrone, nelle Lettere: «Mio padre e mia madre teco, ereditiera qual sono, in matrimonio mi strinsero, per la seminagione di figli legittimi. ἐπὶ παίδων ἀρότῳ γνησίων — lib. I, 6.

[162]. Vedi nel Prologo della commedia, pag. 26, il testo della legge, ch'è menzionata da Demostene, nell'orazione seconda Contro Stefano, 1134. Il diritto ch'essa dava ai fratelli — venendo a mancare il padre — di disporre della sorella e darla in moglie a chi volessero, non era esaurito neppur da un primo matrimonio. Iseo, Eredità di Mènecle, § 5, 9 — cfr. Dem., C. Onet., I, 865-6. C. Eubulide, pag. 1131.

[163]. «Il vecchio torna fanciullo un'altra volta». Platone, Leggi, I, 646, a.