[164]. Cfr. il passo già citato dell'orazione di Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.
[165]. «Ammiro, o Fània, la legge di quei di Ceo, la quale vuole, che quando non si può più viver bene, non si continui a viver male». Menandro, Framm. inc. Dove il comico ateniese allude alla legge che, al dir di Strabone, nell'isola di Ceo, prescriveva di dar a bere la cicuta ai vecchi che avevano oltrepassato i sessanta, perchè lasciassero agli altri il posto di cui essi non potevano più godere. Strabone, X, 486.
[166]. ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εἶ ναι. Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.
[167]. Poteva la moglie, promovendo l'azione per maltrattamento (κακώσεως δίκη) innanzi l'arconte, chiedere essa il divorzio dal marito; come vedi nella legge addotta da Eudemonippo nel Prologo, pag. 27. E s'intende che in questo caso (il solo in cui pel divorzio occorreva l'intervento dell'arconte che lo pronunziasse), esso lasciava immune la riputazione e l'onor della donna. Si comprendevano poi sotto quel titolo di maltrattamento (κακώσεως) in genere le accuse di infedeltà o trascuranza. Come vedi nello scoliaste di Aristofane, al v. 399 dei Cavalieri: «Cratino si suppone maritato alla Commedia: questa vuol divorziare di lui e promovergli un'azione per maltrattamento (κ. δ.). Gli amici di Cratino la supplicano di non agir alla leggiera e le domandano la cagione della sua collera; essa si lamenta amaramente di Cratino perchè la trascurava e si dava all'ubbriachezza». — E Plutarco nella Vita d'Alcibiade: «Ipparete essendo virtuosa e amante del marito, contristata in vedere ch'egli usava con cittadine e forestiere, partitasi da casa, andò dal fratello: di che non curandosi Alcibiade, anzi seguendo il suo costume, bisognò si deponesse la scrittura del divorzio presso l'arconte, non da altri ma da lei stessa. Presentatasi pertanto ella stessa, secondo la legge, sopravvenne Alcibiade, e presala la menò a casa, senza che alcuno osasse di opporsi». Alc., 8. Cfr. Alcifrone, Lett., I, 6.
[168]. «Vicina è la moglie. Quando l'orsa è presente, non s'hanno a cercar le pedate». Aristen., Lett., II, 12.
[169]. Per distruggere i lupi che infestavano l'Attica, Solone stabilì un premio: «a chi portasse un lupo, diede cinque dramme, a chi una lupa, una dramma». Plut., Solone. — Cfr. Scol. in Aristof., Uccelli.
[170]. Dopo il primo banchetto nuziale in casa della sposa, questa veniva la sera condotta alla casa maritale in corteggio di gala tra canti d'imeneo e suon di flauti, seduta in cocchio tra un parente suo e un paraninfo o padrino dello sposo, ch'era di solito qualche intimo amico o parente dello stesso. Vedi la caratteristica descrizione di un corteggio nuziale, in un frammento di arringa di Iperide, in difesa di Licofrone, framm. 155, § 2-4. La sorella di Diossippo, il celebre atleta, viene data dal fratello in moglie a Carippo; e lungo il corteo, Licofrone, segreto amante, a quel che pare, della sposa, trova modo di appressarlesi e raccomandarle di non aver rapporti col marito e di non lasciarsi da lui toccare. Ma di ciò accusato, Licofrone nega, per bocca di Iperide, il fatto, cercando dimostrarne l'impossibilità: «E qual uomo saravvi in questa città così scempio da prestar fede a un simile racconto? Giacchè era necessario, o giudici, che prima venissero il mulattiere e il conduttor del corteggio innanzi al carro conducente la sposa: poi dietro il carro seguissero i fanciulli che la scortavano e Diossippo (fratello di lei): poichè anche costui (il fratello) la accompagnava, per averla egli collocata in matrimonio... E io sarei giunto a tale grado di pazzia, che in mezzo a tanti uomini che la scortavano, e fra questi Diossippo e il suo compagno negli esercizi di lotta Eufreo, uomini fortissimi, avrei osato far di tali discorsi a donna di lignaggio, e farmi udire da tutti, senza tema di perir lì subito strangolato?»
[171]. «Il marito che tien sua moglie sotto catenaccio si crede esser prudente ed è matto: perchè se una di noi ha posto il suo cuore fuor della casa coniugale, essa s'invola più ratta di freccia e di uccello: e ingannerebbe i cento occhi di Argo». Menandro, Framm. inc.
[172]. L'appellativo di libera, ἐλευθέρα, corrispondente in questo caso al latino ingenua, designava in genere, quasi titolo nobiliare, la cittadina ateniese avente stato di famiglia, la donna onesta di libera nascita, e come tale circondata di rispetto, e sola ammessa alle sacre Tesmoforìe; per opposto alle cortigiane (ἑταίραι) e alle forestiere (ξέναι) che gli Ateniesi, scapoli e maritati, liberamente e pubblicamente corteggiavano, ma alle quali era proibito, sotto severissime pene, con cittadini ateniesi il matrimonio; ed erano interdette le feste delle Due Dee. — Vedi, p. e., nel passo sopra citato di Iperide: «Che folle temerità sarebbe stata la mia di non vergognarmi di rivolgere di tali discorsi a donna libera?» οὐκ ῂσχυνὀμῃν τοιούτους λόγους λέγων περὶ γυναικος ἐλεμθέρας; Framm., 155, 4. Cfr. per l'antitesi quel passo di Menandro: «È difficile, o Panfila, a donna di famiglia (ἐλεμθέρᾳ γυναικὶ) lottar con una meretrice (πόρνῃ)». Men., Framm. inc., 36. — All'ἐλεμθέρα, passata a nozze, corrisponde anche l'omerico e il tirtaico κουριδίη ἄλοχος indicante la moglie legittima, nata libera da liberi genitori, per contrapposto alle nate di condizione servile (παλλακαὶ). — Cfr. anche le note all'Alcibiade.
[173]. In questo ritratto della effeminata gioventù ateniese, troppo degenere dagli avi nei tempi che non per niente volgevano rapidamente alla decadenza della libertà e della Repubblica, piacque a parecchi ravvisare allusioni contemporanee. Naturalmente io non sono padrone delle interpretazioni altrui: e se v'ha chi crede si possano applicar le mie parole, si serva. Vuol dire che Clistene, lo svenevole bellimbusto satireggiato da Aristofane, in tutti i tempi ha fatto scuola: e se v'hanno giovani in Italia a cui paia di ravvisare nel ritratto sè medesimi, me ne rincresce e auguro alla mia patria gioventù migliore. Ma che le parole di Aglae siano a ogni modo un ritratto esattissimo di certa gioventù d'Atene de' tempi suoi, su questo non cade dubbio; e rimando chi voglia accertarsene ad Aristofane, specialmente alle Nubi, v. 961 eseguenti; a Isocrate, nell'Areopagitica, e a Teofrasto, Caratteri. — Cfr. Dione Crisost., Regno, pag. 167.