[174]. πολλ’ ἠπίστατο ἔργα, κακῶς δ’ἠπίστατυ πάντα (Platone, I, Alcib.) sapeva molte cose, ma le sapeva tutte male — così l'omerico proverbio girava per Grecia intorno a Margìte, protagonista di un poema antichissimo (forse il più antico esempio di poesia comica), non pervenuto a noi, e che Aristotile attribuisce ad Omero. Era il tipo comico di un solennissimo sciocco che presume di saperla lunga; e commette, credendo dar prova di finissimi accorgimenti, stolidaggini d'ogni genere; era forse o senza forse il lontanissimo arcavolo di Bertoldino. — E il nome usavasi, tra' Greci, per antonomasia, a sinonimo d'imbecillità. «Una tal cosa (una così enorme stoltezza) non l'avrebbero commessa neppure Ercole impazzito, e neppure Margite il più stolido di tutti gli uomini». Iperide, Framm., 155, 5. «Credi di parlar con un Margite, per darmela a bere così grossa?» Luciano, Ermotimo.
[175]. Cfr. Aristof., Nubi, v. 986.
[176]. Cfr. Aristof., Rane, v. 718-726.
[177]. Vedi la orazione contro Neera, che, sia essa o non sia di Demostene, rimarrà sempre uno dei quadri più interessanti e istruttivi della vita privata ateniese nel secolo quarto av. l'E. V. «Prima voglio narrarvi come Neera fosse in balìa di Nicarete (una padrona di postribolo) e come facesse traffico del corpo suo per chi volesse averne diletto. Or convien sapere che Lisia il sofista era amante di Metanira (altra delle ragazze alunne dello stabilimento d'educazione di Nicarete) e volle, oltre i dispendî che faceva per lei, iniziarla nei misteri: pensando che tutte le altre spese andavano a guadagno della padrona, ma i danari della festa avrebbero profittato alla ragazza. A questo effetto pregò Nicarete di condurre seco alla festa dei misteri Metanira, per esservi iniziata. E queste vennero: ma Lisia non le introdusse nella propria casa, per vergogna della moglie che aveva (meno male! che marito prudente!), e ch'era figliuola di Brachillo e nipote sua, e della madre già vecchia che abitava con lui. Condusse invece Metanira e Nicarete nella casa di Filostrato Colonete, giovine scapolo e amico suo. E venne in compagnia di esse questa Neera che già aveva messo la sua persona a guadagno». (Demost., C. Neera, 1351-1352). O non sembra una pagina di costumi odierni, dello Zola?
[178]. Πῖθ’ ἑλλέβορον, bevi elleboro, Aristof., Vespe, v. 1489. Molto usavano gli antichi l'elleboro per medicina de' matti e de' farneticanti: indi il modo proverbiale tra loro: «Tu sei matto, o Tantalo, e par che davvero hai bisogno di bere una buona dose di elleboro». Luciano, Dial. dei morti, 17. Cfr. ibid., 13. «Perchè con l'elleboro non ti cavi la pazzia?» Demost., Corona. «Di elleboro hai d'uopo, e non di quel vulgare, ma proprio di quello della focense Anticira, tanto sei fuor di te stessa». Alcifr., Lett., III, 2. Anticira nella Focide era nota per la gran copia di elleboro. Tribus Antyciris caput insanabile, Orat., ad Pison.
[179]. Scriveansi su le colonne i nomi dei cittadini illustratisi per alte gesta o eccezionali benemerenze, in pace o in guerra; come si legge essersi fatto per Conone «al quale solo fu scolpita nella colonna questa iscrizione: Dopo che Conone ebbe liberato i collegati dagli Ateniesi.» Demost., Contro Leptine. Ma nella stessa orazione è accennata una iscrizione ricordante i beneficî resi alla città da Leucone, governator del Bosforo, per aver soccorsa Atene di granaglie nella carestia, e favoriti i mercanti ateniesi: «e affinchè durasse la memoria in esempio scolpiste le iscrizioni su le colonne nel Pireo e nel Tempio». E ancora iscrivevansi sulla colonna i nomi dei cittadini che per chiari servigi resi alla città con l'armi o col consiglio ottenevano, fra altre ricompense, anche la esenzione dai pubblici incarichi (liturgìe) — come da un decreto di Alcibiade nella stessa orazione ricordato. (Delle ricompense ai benemeriti, semplicissime e rare nei migliori tempi della repubblica, moltiplicatesi e divenute costose col decadere delle antiche virtù, ho parlato già altrove, nella monografia Alcibiade e il secolo di Pericle).
[180]. «Giusto mi pare l'antico proverbio: Se vedi un sasso guarda ben sotto che forse non vi sia un oratore che ti morda». Aristof., Tesmof., v. 529. Il proverbio veramente non diceva un oratore, ma uno scorpione: la sostituzione satirica di Aristofane caratterizza la manìa delle pubbliche e private accuse, che invadeva lo Pnice e i tribunali.
[181]. πομπαῖος, guidatore dell'anime dei morti (Eurip., Ajace, v. 832); altro dei molti appellativi di Mercurio, detto, come tale, anche sotterraneo, κθονιος, Ar., Rane, 1126, 1145.
[182]. ἐσκόπει ο Μενεκλῆς ὃπως... ἔσοιτο αὐτῷ ὃστις ξῶντά τε γηροτροφήσοι καὶ τελευτήσαντα δάψοι αὐτὸν καὶ εἰς τὸν ἔπειτα χρόνον τὰ νομιξόμενα αὐτῷ ποιήσοι... — Iseo, Ered. di Mènecle, § 10.
[183]. «Io m'aspetto che i fiumi vadano all'insù, mentre tu alla tua età e con una caterva di figli ti se'invaghito di una suonatrice...» Alcifr., Lett., III, 33. «Tornano all'insù de' sacri fiumi le sorgenti». Eurip., Medea, 410.