[184]. La ospitalità data da Atene a Pelopida e agli altri profughi tebani ivi postisi in salvo allorchè Tebe venne in mano ai Lacedemoni (v. atto I, nota 15), doveva naturalmente riuscire — anche per la vicinanza di Atene a Tebe — più che sospetta e molesta agli oligarchi tebani ed a Sparta. «Inteso avendo Leontide (un degli oligarchi) che gli esiliati se ne stavano in Atene, cari alla moltitudine e onorati da tutti gli uomini onesti e dabbene, tese loro insidie nascostamente... I Lacedemoni scrissero pur lettere agli Ateniesi, ingiungendo ad essi di non accogliere nè incitar più oltre quegli esuli, ma scacciarli dalla città, come dichiarati per nemici comuni dagli alleati. Gli Ateniesi, e per indole umana e per antichi obblighi di gratitudine, punto a' Tebani ingiuriosi non furono. Peraltro, Pelopida, incitava i profughi e dicea loro come bella nè pia cosa non era che trascurassero la patria in servitù, e paghi solo dell'esser salvi, pendessero dalle determinazioni degli Ateniesi (di scacciarli sì o no), sempre alla mercè di que' parlatori facondi che atti erano a persuadere il popolo...» Plutarco, in Pelopida.

[185]. Cfr. Tucidide, I, 26; Eschilo, Supplici; Euripide, Supplici, Eraclidi, ecc.

[186]. Cfr. Aristof., Lisistrata, v. 285; Demost., Corona, 297.

[187]. Νῦν προς ἔμ’ ἴτω τις, ἵνα μή ποτε φάγη σκόροδα, μηδὲ κυάμους μέλανας Aristof., Lisistr., 690.

[188]. «Fedra. Che cos'è questa cosa che dicono degli uomini, amare?Nutrice. La più soave, o figlia, e la più acerba cosa insieme». Eurip., Ippol., v. 347-8.

[189]. Eschilo, Persiani, v. 133-139, v. la versione del Bellotti, qui, in bocca di Cròbilo, raccorciata.

[190]. «È giusto difendere anche la causa del lupo», proverbio. Platone, Fedro.

[191]. Tutti gli anni, nelle feste Apaturie, uno o più giorni eran consacrati alla iscrizione delle nascite avvenute nel corso dell'anno. I figli nati di giuste nozze (da padre e madre cittadini) venivano introdotti nella fratria o curia del padre, e previo rito sacro, e dato dal padre giuramento della legittimità della nascita, venivano dal capo della fratria iscritti nel registro della stessa; la quale iscrizione era il documento della legittimità ed equivaleva alle nostre dichiarazioni di nascita all'ufficio di stato civile. (Schömann, Ant. Jur. Pub., 193). — Cfr. Demost., C. Eubulide, 1313, 1315. Iseo, per Eufileto, § 3. Questa iscrizione usavasi anche a legittimare gli adottati. (Demost., C. Macartato): e non è da confondere con l'altra iscrizione, sui registri lessiarchici, dei giovani ateniesi pervenuti all'età di 18 anni: che conferiva l'esercizio dei diritti civili e di una parte dei politici.

[192]. Sofocle, Edipo a Colono, v. 1655-6.

[193]. Nella Lisistrata di Aristofane un coro di vecchi, per fare istizzire le donne, racconta: «C'era una volta un giovine di nome Melanione, il quale, fuggendo le nozze, andò nel deserto e sui monti: ivi dava la caccia alle lepri, tendeva le reti e aveva un cane: e per odio contro le donne non fece più ritorno alla sua casa. E noi non siamo men casti di Melanione». Lis., 785 seg. E al coro dei vecchi, nella stessa scena, il coro delle donne, di ripicco, risponde: «C'era una volta un certo Timone, uomo implacabile, avvolto la faccia in ispide spine, progenie delle Furie. Questo Timone se ne fuggì per odio, imprecando molte cose alli uomini malvagi. Così egli odiava voi uomini sempre malvagi... ma delle donne era amantissimo». Lis., v. 808 seg.