[194]. Superfluo qui osservare, intanto che me ne ricordo, una volta per tutte, con l'autore dell'Anacarsi (v. 28) che la vita ritirata delle donne ateniesi nel gineceo non deve poi intendersi per quella completa clausura che hanno creduto taluni: e non impediva loro di ricevere in casa i parenti e quegli amici del marito ed estranei che dal marito ne aveano il consenso. — Nella Lisistrata di Aristofane c'è anche di meglio: e il provveditore si lamenta che sian gli stessi mariti che procacciano alle mogli certe distrazioni: «Noi uomini abbiamo aiutato le donne a diventar malvagie. Noi andiamo alle botteghe degli artieri e diciamo: orefice, della collana che mi avevi fabbricata, ballando ier sera la mia donna, cadde la ghianda del fermaglio. Io devo navigar per Salamina. Tu se hai tempo fa in ogni modo di recarti da lei verso sera, e riponle la ghianda al luogo suo. Un altro ad un calzolaio giovine... così parla: o calzolaio, la correggia preme alla mia donna il dito mignolo del piede che è tenero assai. Tu va a lei sul mezzogiorno, e rilassala alquanto, sicchè si faccia più larga. E così, da queste cose hanno origine quell'altre somiglianti...» Lisistr., v. 404-420.

[195]. «Meglio un amico sulla terra e innanzi ai nostri occhi che un tesoro sotterra e lungi da noi». Menandro, Citarista, fr. 3. «Nulla è più prezioso di un amico sicuro: nè ricchezza, nè regno». Eurip., Oreste, v. 1155.

[196]. «Quando tu mi parli, tagli la fiamma, soffii nella rete, ficchi un chiodo nella spugna». Aristen., Lett., II, 20.

[197]. κοινὰ γὰρ τὰ τῶν φιλων Così Pilade a Oreste, in Eurip., Oreste, v. 735 — verso passato in uso proverbiale. Cfr. Alcifr., Lett., I, 7. Enea Sofista, Lett., VI. Procop. Sof., CXIX.

[198]. Aristen., Lett., I, 17.

[199]. Aristof., Ecclesiazuse, v. 597 seg., 605 seg. Cfr. il Pluto.

[200]. Nei cassettoni e negli armadi delle vesti e biancherie usavano metter pomi, per dar a quelle il buon odore. Indi il coro delle Vespe in Aristofane: «Di que' poeti che studieranno dire e trovar cose nuove, tenete in serbo le sentenze e riponetele nelle arche insiem coi pomi (ἐσβαλλετε τ’ ἐς τὰς κιβωτοὺς μετὰ τῶν μήλων). Se farete ciò per l'anno intero, le vostre vesti avranno odore di senno». Vespe, 1055-59.

[201]. «E l'adultero perirà con un bel rafano nel di dietro.» Alcifr., Lett., III, 62.

Varie e severe ab antico in Atene le pene che colpian l'adulterio (μοιχεία) consumato e tentato, adultero e adultera in una. Mi limito a qui raccogliere, coordinandole, le disposizioni principali del diritto penale ateniese su la materia — i limiti di queste note non assentendomi più lungo discorso.

Tralascio parlar delle pene circa i mariti adulteri. Dacchè le leggi permettevano ai mariti il commercio con le meretrici e il tener concubine per averne prole, anco legittimabile (Dem., C. Neera, C. Aristocr.): e la domanda di divorzio, fatta dalla moglie in persona davanti all'arconte promovendo azione per maltrattamenti (κακώσεως δίκη), era la sola risorsa e sanzione penale che alle mogli restava contro il marito infedele.