2º El. Bravo, per Giove! Sicuro! Ha ragione!...

1º e 3º ed altri El. Sì, sì, parla!...

Eudem. (con voce pacatissima e gesto parco e corretto). Non dubitate, sarò cortese: e se di quante leggi violate ei m'accusò, tante menzogne e stolidaggini gli proverò, bene io confido ei non sia per portar fuori, col quinto dei voti, salve le spalle da qui: perchè sul vostro animo incorrotto non han presa nè i grossi paroloni,[57] nè la truce minaccia onde egli, per ispaventarvi, concluse. Paroloni e minacce a lui dettate, s'intende (ironico), non da odio nè invidia, ma da purissimo zelo dei costumi e dell'arte: così almeno vi assicurò: tu intanto (al cancelliere) chiamami i testimoni.[58]

Cancell. (leggendo la lista testimoniale). Callia di Stefano del borgo di Alopéce, Pànfilo di Arìstide del borgo di Anagìro, Chèrea di Lisìppo del borgo del Pireo... (i testi citati si avanzano; il cancelliere estrae dal vaso[59] la testimonianza e legge) «Attestiamo ch'eravamo in teatro alle feste Dionìsie quando Beoto, figlio di Blepiro toricèse, oggi accusatore, presentò una sua commedia così brutta che non giunse alla fine, perchè il popolo lo cacciò a fischi, e per poco non lo lapidò...»[60]

Eudem. Basta. Giurate che è vero?

I tre Testimoni (un dopo l'altro stendendo la mano sul tripode).[61] Giuro. Giuro. Giuro.

Eudem. Ebbene, o giudici, io non nego che scevro da invidia e purissimo sia lo zelo di Beoto: perchè la memoria delle sventure purifica, e i fischi a lui toccati nell'arte furon tanti, che nessuno zelo può essere più puro del suo. Ad una sua accusa vo' intanto rispondere: ch'abbia per me sofferto ingiuria il vero. Voi tutti ricordate di Frìnico, il poeta tragico che dilettò i vostri avi: chi sulla scena finse il vero più di lui? Tutta la città egli commosse rappresentando la presa e la distruzion di Mileto:[62] quand'egli mostrò l'orde persiane irruenti al baglior degli incendî per la città devastata, e lo strazio dei feriti e moribondi, e le jonie vergini strappate per i capelli agli altari, le donne trafitte, i poppanti scannati sul seno delle madri, tutti vinse la pietà, e per tutto il teatro fu altissimo pianto: ma gli avi vostri condannarono Frìnico a fortissima multa, per averli fatti piangere,[63] rappresentando troppo al vero quella disgrazia. Giusta e savia condanna! Perocchè a noi le Muse abbiano concesso i celesti doni a disvago e conforto dell'anima, non già ad intristirla nella contemplazione pura e semplice dei mali.[64] E chi non sa che uccisioni, e atti di ferocia, e pietosi casi avvengono tutti i giorni intorno a noi?... Incontrai e vidi, qua venendo, un padre piangere dirotto sul cadavere dell'unico figlio: io vi giuro, o Ateniesi, che egli superava nella verità del pianto ogni istrione, e che nè Sofocle nè Euripide mai non dipinsero un dolor come il suo: ed io non chiedo riveder finto ciò che i miei occhi han visto già così vero! Ma vollero i Numi che, a sollievo de' mali, noi alle Muse sagrificando ci levassimo sopra dei dolori umani: e da dolori e da colpe e da miserie, brutta discordante miscea, fuor balzasse un mondo di forme belle e nascose, parlasse una arcana divina armonia, che i cuori umani intendessero... e pure non fosse di quaggiù!... Questo vollero i nostri poeti: per questo ammirammo la legge di Tebe che punisce l'artista se dalla natura e dal vero non evoca le linee del bello. E tu calunnî, o Beoto, quegli altissimi poeti che nominasti: non da utili verità nè insegnamenti venne a loro la gloria, ma perchè le menti umane, sull'ali de' lor canti leggiadri, sorgendo a più vaste e più lucide sfere, ne ridiscesero migliori[65] e più gagliarde allo studio delle utili cose!...

Tesmot. Accusato, tu divaghi, e l'acqua scorre!..

1º El. Sì, sì, taglia corto!...

Eudem. Grazie, Arconte.... non esco dal tema. Perchè forse è poi vero che io abbia detto cose false e messa a capriccio la mia fantasia nel posto delle leggi e del costume? Vero forse che io insegni nuovi riti coniugali, libertà e diritti di donna e di moglie, a donna e a moglie negati?... Ma, o tristo che m'accusi, perchè non accusi anche l'ombre del vecchio Cràtino e del divino Aristofane, e di Antìfane, e di Alessi, e di Filemone, e di Menandro nostro dai dolcissimi amori, a cui le grazie conservino lunghi anni i geniali estri e la vita? Provami che le mogli delle lor commedie sbugiardino le mogli della mia: o trascinali anch'essi a questa ringhiera, e trascinavi Aristotile e Senofonte, che qui nel suolo dell'Attica il nome di sposa resero augusto e bello di più alti uffici, di cari diritti, di nova dignità.[66] A voi intanto, o giudici, basti la pazienza di udir la commedia, e raffrontarla alle leggi, se alcuna d'esse violai. Tu (al cancelliere) brevemente recita queste: voi appresso giudicherete quella. (Al custode della clessidra) Ferma l'acqua. (Al cancelliere) E di' su.